Plastic Free July: il mese che può cambiare le nostre abitudini

Oggi si chiude Plastic Free July, la campagna globale nata nel 2011 in Australia per iniziativa dell’ambientalista Rebecca Prince-Ruiz e di un piccolo team del Western Metropolitan Regional Council.

Plastic Free July è cresciuto fino a coinvolgere, secondo le stime più recenti, oltre 100 milioni di persone in più di 190 paesi ogni anno, con l’obiettivo di ridurre il consumo di plastica monouso.

Secondo i dati diffusi dalla Plastic Free Foundation si parla di un calo del 2,3% della domanda globale di acqua in bottiglia e di riduzioni significative anche negli imballaggi di frutta e verdura e nell’uso di cannucce monouso.

In Italia diverse realtà del mondo ambientalista aderiscono e rilanciano l'iniziativa, prima fra tutte Plastic Free Onlus, che ne condivide pienamente gli obiettivi. 

Ne abbiamo parlato con Silvia Pettinicchio, global strategy director dell’associazione, ripercorrendo la storia, l’evoluzione e i prossimi obiettivi di un’organizzazione che dalla sensibilizzazione online è arrivata a sedersi ai tavoli delle Nazioni Unite.

Come nasce Plastic Free Onlus?

Nasce nel 2019, in un momento particolare. C’era stato un vero e proprio boom di attenzione popolare verso i temi ambientali, ma della plastica, stranamente, si parlava ancora poco. Luca De Gaetano, fondatore e presidente di Plastic Free Onlus, ha iniziato a occuparsene con alcune pagine di sensibilizzazione online, e da lì è partita una crescita costante che lo ha portato, a fondare l’associazione.

E poi è arrivato il Covid.

Sì, ed è stato un momento positivo per noi. Durante il lockdown abbiamo potuto osservare come la natura si sia ripresa i suoi spazi. Durante prime raccolte che abbiamo organizzato indossavamo le mascherine, poi finita l’emergenza, l’associazione è cresciuta trasformandosi in una struttura più organizzata, con presidi regionali e provinciali.

Come si è evoluto il lavoro sul campo?

Siamo partiti raccogliendo plastica dalle spiagge e dai territori, con il centro di recupero delle tartarughe di Ali Nera, in provincia di Lecce. E abbiamo stretto protocolli d’intesa con comuni e istituzioni, arrivando anche a proporre bozze di ordinanze contro il lancio dei palloncini in aria o l’uso della plastica monouso.

Oggi Plastic Free ha un peso anche a livello internazionale.

Siamo accreditati alle Nazioni Unite e oggi siamo presenti in 42 paesi, e in Italia siamo tra le tre associazioni ambientaliste che partecipano stabilmente alle tavole rotonde istituzionali.

Dopo anni di crescita, come vi state muovendo ora?

Siamo entrati in una fase di consolidamento. Nei primi cinque anni la nostra comunicazione sui social era più graffiante, quasi di denuncia: dovevamo spingere le persone all’azione. Oggi il registro è cambiato, offriamo soluzioni concrete. Anche su LinkedIn il tono è diventato più propositivo. È un percorso che va dall’indignazione all’azione, con l’obiettivo di un cambiamento culturale profondo.

In pratica, come si traduce tutto questo?

Con newsletter, eventi, premi ai comuni virtuosi.

Plastic Free July sposa benissimo i nostri principi; è un invito diretto a modificare le proprie abitudini quotidiane. Un tempo l’acqua si vendeva quasi solo in vetro, oggi è quasi tutta in plastica. Il nostro lavoro è far ragionare le persone proprio a partire da questo tipo di impatto visibile. Facciamo formazione nelle aziende che in cambio ci supportano economico, perché il cambiamento richiede tempo: prima la motivazione, poi l’azione.

Quali sono i prossimi sviluppi?

Vogliamo curare e sviluppare all’estero i nostri progetti più rivoluzionari. In Uganda, per esempio, seguiamo una comunità che soffre gravemente per l’inquinamento dell’acqua: abbiamo portato un depuratore, con l’obiettivo di costruire comunità resilienti e sostenibili, diventando veri e propri attivatori di comunità.

Come scegliete dove intervenire?

Abbiamo sviluppato un sistema di mappatura basato su due dimensioni.

La prima è la gravità dell’inquinamento da plastica, che dipende da quanto un territorio è già inquinato e da quanto ne produce. La seconda è la readiness, cioè quanto quella comunità è pronta al cambiamento.

Su 198 nazioni mappate, sei delle dieci priorità principali si trovano in Estremo Oriente. Lavoriamo anche all’interno delle Nazioni Unite per sensibilizzare la Cina: l’obiettivo è coinvolgere anche loro attraverso quello che chiamiamo un lobbying positivo.

Serve tirarsi su le maniche e darsi davvero da fare, ogni giorno.