Come si cambia

Una riflessione sui cambiamenti in atto nel pianeta, più o meno osservabili, comunque presenti

Come si cambia per non morire, come si cambia per amore; come si cambia per non soffrire, come si cambia per ricominciare”. Correva l’anno 1984, quando Fiorella Mannoia diede voce alla bella canzone da cui ho estratto i versi precedenti; titolo, appunto, era Come si cambia.

Avevo 11 anni all’epoca e nulla sapevo di problemi ambientali, sociali… semplicemente (per me) non esistevano. Eppure erano lì, già lì, ad attendere la mia maturazione e, con lei, la consapevolezza; una consapevolezza fatta di amore e di studio, letture e meditazioni, non caduta dall’alto.

Mi piace partire dalle canzoni, o comunque usarle, perché parlano al cuore, usando un linguaggio piano, prossimo, per chiunque comprensibile.

La Mannoia non parlava certo di sostenibilità, ma il brano ci serve per porci alcuni interrogativi. Cambieremo per non morire? Cambieremo per amore? Cambieremo per non soffrire? In ultimo, sapremo ricominciare? 

Paiono domande gettate a caso, invece sono gravi come cemento. Considerazioni derivanti, nell’ordine, sono:

  • non ci prendiamo cura del pianeta per altruismo, ma per evitare di scomparire come specie;
  • non sarà la sola tecnologia a salvarci, ma la conversione che sapremo operare in noi;
  • se cambieremo o meno non è dato sapere, ma è certo che patiremo gravi conseguenze se restiamo immobili;
  • infine, ricominciare non significherà tornare al passato, ma costruire un domani in grado di incarnare un vero sviluppo, qualitativo, non quantitativo.

Desidero fermarmi un attimo per raccogliere, sul termine sviluppo, il parere di un’antropologa: Elisabetta Dall’Ò.

Nel suo Il cambiamento in-visibile, argomenta nel merito affermando che “a prescindere dalle nostre scelte socio-economiche e tecnologiche, e dai diritti che vogliamo celebrare come nostre libertà, non possiamo permetterci di destabilizzare quelle condizioni (ad esempio la temperatura del pianeta) che funzionano come ‘parametri limite’ e che consentono la nostra stessa esistenza”.

È tempo di smetterla – riflette l’autrice – di associare lo sviluppo alla crescita, essendo impossibile ricercarla ossessivamente in un sistema finito qual è la Terra.

Le idee chiare, prima di tutto, deve averle la politica, la quale deve smettere di ragionare e agire in modo scomposto o, quanto meno, ambivalente, da una parte favorendo “lo sfruttamento delle risorse ecologiche, la crescita fossile” e dall’altra sottoscrivendo “accordi per limitare le emissioni di CO2 e promuovere la transizione green”.

Se questo mio corsivo è un po’ più muscolare del solito, è perché dal saggio di Dall’Ò ho ricavato uno stimolo in più.

La studiosa, cioè, a proposito del linguaggio scientifico, ha cura di spiegare le ragioni dello scarto tra i contenuti allarmanti delle ricerche e le modalità pacate e neutrali con cui vengono esposti.

Afferma che gli scienziati devono essere composti, scegliere lo scenario meno drammatico possibile… in una parola, pur se l’intento non è quello, sovente, addolcire un po’ la pillola.

Tutto ciò, purtroppo, induce gli incauti, avvezzi alle urla e alle esibizioni di malsana sicumera, a svalutare le loro autorevoli parole. Oltre alla cautela della scienza, c’è anche una precisa volontà di manipolazione di chi ha tutto l’interesse a mitigare le ansie delle persone, per biechi interessi economici. Per esempio, c’è un abisso tra parlare di cambiamenti climatici e di riscaldamento globale e non serve nemmeno chiarire il perché. 

Così, mi accingo a concludere, con speranza che pensieri come questo vengano sottoposti a critica doverosa ma, superata la prova, siano diffusi, condivisi, per informare e attivare altre anime attente e desiderose di futuro.

Ho usato qui, in coda, termini specifici, che si ritrovano in un progetto che mi va di citare, perché sia conosciuto. Si tratta di CliCAlp e si centra sulla provincia di Cuneo, sulle Hautes-Alpes e sulle Alpi dell’Alta Provenza, con l’obiettivo di offrire “contenuti sulla comunicazione e sulla gestione consapevole del territorio, contribuendo a costruire una comunità transfrontaliera più resiliente”.

Una canzone, un saggio e una piattaforma: ai lettori di Envi.info la scelta di cosa approcciare prima!