Nel dibattito mediatico e politico sulla transizione energetica si è da tempo insinuato un numero clamoroso quanto falso. In Italia ci sarebbero aree industriali dismesse, sulle quali si potrebbero collocare impianti di produzione energetica salvando i terreni agricoli, per 9mila km quadrati.
Un numero enorme (per capirci, più della superficie dell’Umbria), dato per buono e diffuso senza verifica anche da figure autorevoli e di riconosciuta competenza. Lo ritroviamo anche consultando l’AI, che però con una semplice domanda di verifica rettifica e fornisce informazioni più accurate.

Stefano Rampino, primo ricercatore del CNR, l’ha ribattezzato con un’efficace similitudine il Dato Zombie.
Lo incontriamo al Campus Universitario di Parma, dove si occupa di rinnovabili e transizione energetica. Insieme cerchiamo di capire meglio origine e storia di questo fenomeno comunicativo interessantissimo quanto pericoloso, parente stretto della legge di Brandolini.
Stefano, da dove arriva il “dato Zombie” del quale parli spesso, e che abbiamo sentito anche in TV?
Il paziente zero di questa fake news risulta essere un’audizione parlamentare di ANCI (l’associazione dei Comuni Italiani) del 2015. In questo caso il dato viene attribuito a Istat – altra incongruenza, casomai gli strumenti per misurare un indicatore del genere li potrebbe avere Ispra – mentre un censimento del genere a scala nazionale non è mai stato effettuato.
Il numero, in questo caso riportato correttamente, si riaffaccia anche nel PNRR. In una scheda tecnica si legge: “(…) la superficie totale delle aree industriali nel territorio nazionale è di circa 9000 km quadrati”. La superficie totale, non le sole aree dismesse, sembra un dettaglio ma fa tutta la differenza del mondo.
Ma quindi queste superfici industriali dismesse quante sono in realtà?
Usando come parametro i dati di alcune Regioni che hanno fatto censimenti otteniamo una stima di 300 km quadrati, compatibile con altri paesi europei, un trentesimo del dato zombie
Attenzione, la cosa non riguarda solo il movimento no pannelli, dati fantasiosi compaiono anche dall’altra parte della barricata. In un’audizione al Senato del 2024, rappresentanti di categoria dei produttori di rinnovabili indicano in 4 milioni di ettari (40mila km quadrati) la superficie agricola abbandonata in Italia.
Altro dato ottenuto in modo piuttosto sbrigativo, è infatti la semplice differenza tra la Superficie Agricola Totale e la Superficie Agricola Utilizzata, rispettivamente 16,5 e 12,5 milioni di ettari. Solo che hanno dimenticato di sottrarre le zone agricole boschive, le tare, le infrastrutture (capannoni, casolari, strade, superfici acquatiche, etc.), l’arboricoltura. Alla fine l’area realmente utile per il fotovoltaico a terra è meno di un decimo di quei 4 milioni di ettari.
Parliamo di audizioni in Parlamento, è naturale che le persone prendano per buoni quei dati.
Infatti ciò che rende il fenomeno così difficile da contrastare è proprio che il numero viene da un contesto considerato autorevole.
In realtà a volte viene data la parola agli specialisti, altre volte a lobbisti o comunque a figure che citano dati magari perché gli fanno comodo, e che non vengono verificati.
Un rischio enorme, lì si decide il futuro del Paese
Enorme e impossibile da fermare. Se quei dati arrivano in TV o escono da una ricerca su Chat Gpt, diventano mainstream, entrano nella cultura diffusa, e tu non puoi più farci nulla.
La responsabilità comunicativa, quindi, non consiste soltanto nel fornire dati, ma nel rendere verificabile il percorso che porta a quei dati. Da quale fonte provengono, che cosa misurano realmente, con quale metodologia sono stati ottenuti e quali limiti hanno.
In fondo, il dato zombie ci ricorda che un’informazione non diventa vera perché ripetuta molte volte, né perché compare in un contesto autorevole. Diventa credibile quando possiamo ricostruire e verificare da dove proviene.