Una riflessione sul concetto di custodia, nell’ambito dell’enciclica Magnifica Humanitas
Il 25 maggio scorso papa Leone XIV ha presentato al pubblico la sua prima enciclica dal titolo Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
Credenti o meno, i documenti pontifici sono testimonianze importanti per leggere il presente. Inoltre, sempre al di là delle sensibilità personali, ci invitano a immergerci in riflessioni profonde, che attengono sia la sfera imprendibile e misteriosa della spiritualità, sia la più concreta del quotidiano.
Qui, la mia volontà è di concentrarmi sul linguaggio, soffermandomi su uno specifico termine presente nel titolo: custodia.
Nella lingua italiana, come riporta il vocabolario Treccani, custodire ha più significati, tra i quali estraggo i seguenti: 1 - “Fare oggetto di responsabile vigilanza, sorvegliare” sia una persona, sia un luogo; 2 - “Avere cura” di persone, di animali; 3 - “Conservare con cura”; 4 - (in forma riflessiva) “Riguardarsi nella salute, aver cura di sé”.
Nell’enciclica Magnifica Humanitas l’accento cade sulla persona umana, ma possiamo trarre slancio per aprire a ulteriori orizzonti, nel caso, di piena sostenibilità. Per custodire la nostra specie è infatti necessario sia guardarci allo specchio, sia avere la lucidità di guardare l’altro, chiunque sia.
Solo nello scambio continuo con la complessità del pianeta, vale a dire con ogni vivente ed ente di natura, solo nella reciprocità noi possiamo sopravvivere (anche alle incognite derivanti dalle nuove frontiere spalancate dall’intelligenza artificiale).
Se questo inizio pare portar fuori tema, così non è, poiché nel documento di papa Leone XIV si ascoltano echi di posizioni di passati pontefici, tra cui faccio volutamente affiorare quelle di Francesco, con la sua Laudato si’.
Il papa ricorda che il documento del 24 maggio 2015 offrì “la prima grande elaborazione sistematica della crisi ambientale in una Enciclica sociale, mostrando che essa non è una questione settoriale, ma l’aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea”, denunciando “la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato”.
La tecnica, ammoniva, può arrivare a stabilire “che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante”.
Le innovazioni di cui l’umano è portatore possono diventare un sostegno di valore per lo sviluppo della nostra specie, ma solo in forma integrale e “per la cura della Casa comune”. Occorre vigilare, prendersi il tempo necessario per conoscere ciò di cui ci si vuole occupare.
Proprio in questi giorni estivi, mentre ho avuto modo di nuotare nel mare, godendomi la silenziosa meraviglia, mi sono trovato a pensare che non lo conosco davvero, il mare, ma solo lo frequento. Questa consapevolezza, se pur banale, mi ha portato a considerare la lenta ritualità adottata da certi giovani d’oggi o, almeno, dalla mia primogenita di diciassette anni che, da un po’, “si sente” con un ragazzo.
Non si tratta ancora di una relazione vera e propria, ma di un avvicinamento a piccoli passi, di un protendersi curioso ma cauto, che mi fa sorridere commosso. Tra una bracciata e l’altra, ho compreso che è un processo positivo: per conoscere c’è bisogno di cogliere ogni sfumatura.
Non credo in questo articolo di aver messo bene a fuoco un tema, non penso di aver trattato nulla in modo puntuale, ma è agosto e mi andava di condividere un po’ di suggestioni.
Questo fa sì che chiunque possa meditarci su, criticando, interrogandosi, accogliendo vibrazioni come da un quadro i cui contorni risultano imprecisi – un Turner, per esempio – ma che, proprio per questa vaghezza, riesce a produrre emozioni potenti, capaci di risuonare.
A concludere, per chi comunque volesse migliorare il fuoco su enciclica e sostenibilità, suggerisco questo mio breve saggio dedicato.