Fra assistenzialismo e fonti fossili: luci e ombre del Piano Sociale per il Clima

Il Governo ha approvato il Piano Sociale per il Clima: 9,35 miliardi fino al 2032 per famiglie e microimprese alle prese con l’ETS2. Un piano presentato come grande misura di tutela ambientale e sociale, ma la cui comunicazione rischia di nascondere più di quanto racconti.

Lo scorso 4 agosto il Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano Sociale per il Clima (PSC), notificato il 6 agosto 2026 alla Commissione UE. Mentre sul piano comunicativo la fase di consultazione preliminare è stata tutto sommato tenuta sottotraccia, la narrazione del MASE sbandiera a posteriori 9,35 miliardi di euro al 2032 (7 dal Fondo UE e 2,35 di cofinanziamento). Risorse destinate alla tutela di famiglie e microimprese di fronte al sistema ETS2 (European Emission Trading System 2), l’estensione del mercato europeo delle quote di carbonio all’edilizia residenziale e al trasporto stradale.

Ma, se analizzato oltre gli slogan ministeriali, il Piano sembra rappresentare la reazione difensiva all’introduzione delle misure europee,  rivelando più di qualche contraddizione sia di merito sia di processo.

Sul piano del metodo, i rilievi portati tra gli altri dal WWF evidenziano ad esempio il rischio concreto che le risorse comunitarie perdano il requisito dell’addizionalità, finendo per coprire spesa pubblica ordinaria o sostituire tagli pregressi.

È il caso delle risorse destinate al trasporto pubblico locale, che non arriveranno neppure a tamponare i tagli degli ultimi anni al Fondo Nazionale Trasporti, senza garantire quindi alcun miglioramento dei servizi.

Nel merito, come sottolineato anche da Legambiente, il Piano si concentra su interventi puntuali, magari in parte condivisibili se presi uno per uno, ma che mancano di una cornice strategica che accompagni il Paese verso l’ormai ineludibile transizione ecologica.

Altro caso emblematico è il paradosso dell’elettrificazione: sostenere l’aumento di potenza dei contatori senza azzerare l’impatto dei costi fissi in bolletta significa caricare sulle famiglie fragili balzelli permanenti, annacquando nel lungo periodo i benefici di pompe di calore e fotovoltaico.

Al contempo, il PSC rispolvera strumenti assistenziali anacronistici e incoerenti come il Bonus Gas Plus, che finanzia e sostiene il consumo di fonti fossili anziché abbattere le accise sull’energia elettrica.

Sul piano comunicativo, rischia di apparire un ennesimo distributore di assistenzialismo, un bancomat che eroga piccoli bonus a pioggia. Spalmare 9,3 miliardi in sei anni significa distribuire risorse marginali rispetto all’entità di problemi come la povertà energetica e della mobilità.

Anziché finanziare interventi strutturali che cambino davvero il paradigma, le misure rischiano di tradursi in un palliativo che lascia inalterate le rendite di posizione fossili ereditate dal XX secolo.

In definitiva, il PSC rischia di affrontare una trasformazione strutturale con strumenti prevalentemente compensativi.

Più che guidare la transizione, ne attenua i costi senza incidere abbastanza sulle cause. Il risultato è un Piano che distribuisce risorse, ma lascia ancora irrisolto il nodo centrale: come rendere la transizione ecologica davvero equa, strutturale e duratura.

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