Amore di plastica

Un’immersione all’interno del fenomeno dell’inquinamento da plastica, con particolare sguardo alla situazione del mare.

“Ma come posso dare l’anima e riuscire a credere che tutto sia più o meno facile quando è impossibile? Volevo essere più forte di ogni tua perplessità, ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è un amore di plastica”.

Il brano di Carmen Consoli richiamava altro, ma le stesse parole potrebbe letteralmente pronunciarle il nostro pianeta rivolgendosi a ciascuno di noi; la plastica infatti è ormai un problema globale, peraltro crescente.

Tornando alla talentuosa cantautrice catanese, chissà che direbbe del fatto che il mare che bagna la sua isola natia, il “nostro” Mar Mediterraneo, secondo i modelli statistici ospita tra il cinque e il dieci per cento della massa plastica totale presente nelle acque del pianeta?

Le cause sono varie, ma i dati restano e gli studi si moltiplicano, tardando a sbocciare soluzioni.

Per continuare la riflessione, desidero condividere qualche numero che ho trovato piuttosto scioccante e chiaro, essendo ben tradotto in immagini.

Partiamo dal fatto che, per ogni minuto che passa, nel mondo si producono circa un milione di bottiglie di plastica. Nel dettaglio, quelle da un litro e mezzo, che misurano circa trentacinque centimetri, se messe tutte una sull’altra, ogni anno potrebbero coprire la distanza tra la Terra e la Luna poco meno di cinquecento volte… e la produzione tende ad aumentare.

Riandando al mare, dove comunque prima o poi tutto giunge, speranze comprese, dobbiamo comprendere che non siamo precisamente consapevoli di ciò che accade ai milioni di tonnellate di polimeri che lo raggiungono; ciò che vediamo, in pratica, non è che un’oncia di quanto esiste.

Discariche marine, così potremmo chiamarle, delle quali tuttavia non conosciamo tempi di permanenza e tasso di degradazione. Si parla di migliaia di anni per arrivare a una perdita del cinquanta per cento della massa; nel dettaglio, duemilacinquecento per le bottiglie monouso e fino a cinquemila per tubature di plastica, sempre secondo la modellistica.

Se state visualizzando pezzi di plastica, però, siete in errore: il lato peggiore della faccenda è infatti la progressiva riduzione e trasformazione in micro e nanoplastiche, contenute ormai in ogni elemento e alimento. Amaramente ironico, in consonanza, è che la poltiglia di plastiche negli oceani venga definita zuppa. Tutto questo esiste: non è un’opinione, ma un fatto.

Tuttavia, quasi non ci sentiamo coinvolti, psicologicamente distanti da eventi disastrosi che, incautamente, sentiamo come lontani, discosti dalla nostra quotidianità.

Che fare, dunque? Ci sono buone notizie e, se sì, dove stanno? Alla prima domanda rispondo: agire. Il come è presto detto: passare parola, far crescere la sensibilità ambientale — questo articolo, in questo spazio, è una goccia, ma molte fanno il mare, per l’appunto —, adottare comportamenti sempre più sostenibili, esercitare pressione sui decisori e, infine, guardare con positività il futuro. 

Il livello di scoperte scientifiche non è mai stato così alto e potremmo essere noi la generazione del cambiamento, capace di preparare una via sicura per il cammino di chi verrà. Per le buone nuove, invece, per lo più sono portate dai giovani; visionari, utopisti, sognatori a cui dare spazio, che si informano, conoscono, sentono e si attivano.

Uno su tutti desidero citare, per ampiezza e audacia della visione, nonché per coerenza con i ragionamenti svolti: Boyan Slat. Se vi state chiedendo chi sia, scopritelo sul sito di The Ocean Cleanup.

Concludo il pensiero con un altro riferimento, cioè il testo dal quale ho attinto i dati offerti; si tratta di Plasticene, opera di Nicola Nurra, edito da Il Saggiatore.

I testi scientifici, saggi o articoli che siano, sono strumenti fondamentali per contrastare certa ignoranza e conseguente deriva negazionista.

La cultura è il miglior antidoto all’inquinamento di menti e pianeta.