La coda sull’Everest e l’illusione della crescita infinita

Quando parliamo di overtourism immaginiamo folle in ciabatte che cercano refrigerio in una fontana, o che arrancano in coda per un selfie davanti a una veduta da cartolina.

Spostiamo la scena a 8.848 metri di quota, nella “zona della morte” presso la cima dell’Everest. Di recente oltre 270 persone in un giorno hanno raggiunto la vetta, per poi abbandonare ai campi base tonnellate di rifiuti che sarà difficilissimo se non impossibile bonificare.

Se persino il colosso di roccia e ghiaccio più imponente del pianeta rischia di essere schiacciato dal turismo, come possiamo sperare che resistano Venezia, il Lago di Braies, i borghi delle Cinque Terre?

Per comprendere il fenomeno può essere utile qualche dato: il turismo sembra voler crescere senza limiti.

Dal 1990 gli arrivi internazionali globali sono passati da 500 milioni a 1 miliardo e mezzo, mentre è una risorsa finita, soggetta a esaurimento. Oltre che usarne troppa, questa risorsa la usiamo male: l’80% delle presenze globali si concentra nel 10% delle destinazioni, spesso con impatti devastanti.

La risposta non può essere la demonizzazione snob del turista. Il turismo di massa è una conquista preziosa degli anni del boom, che ha consentito (almeno in occidente) la scoperta del mondo alle classi popolari, sottraendone il monopolio alle élite aristocratiche e altoborghesi.

Il problema non è il legittimo desiderio delle persone di viaggiare, ma l’assenza di una regìa politica.

Davanti alle città invase, le amministrazioni locali rispondono spesso regolamentando lo spazio pubblico con divieti cosmetici: via le panchine, multe a chi si siede sui gradini o consuma un panino in un parco. Misure che puniscono i cittadini e peggiorano la vivibilità dei luoghi, senza minimamente scalfire il problema.

Affrontare l'overtourism richiederebbe invece risposte strutturali, come il coraggio di regolamentare le attività private, a partire da interessi globali come le piattaforme di affitti brevi e i voli low cost. Occorre porre limiti ai permessi di scalata sull'Everest così come ai b&b che svuotano i centri storici, governando l'offerta ricettiva e commerciale per frenare la monocultura turistica.

Rispettare i limiti fisici della bellezza non deve significare restaurare un privilegio per pochi. Al contrario, porre regole severe al mercato privato è l’unico modo per difendere uno spazio comune e garantire che il viaggio rimanga un diritto democratico, sostenibile e accessibile anche alle prossime generazioni.