È tornato da noi Franco Borgogno, vincitore del Premio alla Carriera durante l’edizione 2025 del Premio AICA.
Giornalista, divulgatore e guida escursionistica, Borgogno ci ha resi partecipi della sua esperienza strettamente legata alla comunicazione ambientale. Un lavoro fatto di rigore scientifico, ma soprattutto di relazioni e di un dialogo costante con le persone.
Ci salutiamo proprio ripercorrendo due momenti legati alle sue spedizioni in Artico, che hanno agito come vere epifanie, cambiando radicalmente la sua percezione del rapporto che gli esseri umani hanno con la Terra.
Nel 2018, a colpirlo è stata la concretezza materiale del cambiamento climatico. «Siamo arrivati con la nave a una latitudine mai toccata prima da missioni di quel tipo, semplicemente perché dove solo cinque anni prima c’erano tre metri di ghiaccio, ora c’era mare aperto. Vedere fisicamente sparire un confine geografico che credevi immutabile ti segna nel profondo».
L’altro momento, più intimo e potente, è stato l’incontro ravvicinato con un orso polare. «Mentre ero su un gommone, l’orso è entrato in acqua ed è venuto ad annusarci come fossimo due “polpette”: in quell’istante ho percepito fisicamente la nostra reale posizione nell’universo. Siamo parte di un sistema di relazioni delicatissime e vitali, spesso invisibili ai nostri occhi».
Attimi vissuti che rendono coscienti di questo legame che ci unisce alla natura e da cui dipendiamo totalmente, anche quando non ne siamo consapevoli.
Come è cambiata la percezione del pubblico italiano verso i temi dell’economia circolare e dell’inquinamento da plastica dall’inizio della sua carriera ad oggi.
Sicuramente è cambiato molto. Riguardo l’economia circolare, era già un tema più sentito rispetto ad altri, ma oggi è entrato nella quotidianità e nel modo di ragionare di molti, sia a casa che al lavoro, spesso in modo inconscio. Un dato positivo a dimostrazione che il tema è parte della cultura e si svincola dalle appartenenze politiche che oggi sono spesso fonte di estremizzazione.
Sulla plastica e il suo inquinamento, il cambiamento è stato enorme: all’inizio della mia carriera, non era per nulla un tema, neanche per chi si occupava di ambiente. Oggi la situazione è radicalmente diversa.
Tuttavia, questo percorso positivo si scontra oggi con una situazione globale complessa e ostile.
I conflitti mondiali, oltre al dramma immediato delle vittime, generano ricadute ambientali e sanitarie pesantissime che pagheremo per decenni, e il rinvigorirsi di vari negazionismi complica ulteriormente l’attuazione di politiche già difficili.
In questo scenario vedo nazioni che compiono scelte di retroguardia, come gli Stati Uniti che insistono sui combustibili fossili, e altre come la Cina che, pur tra molte riserve, stanno investendo molte sulle rinnovabili.
Quest’ultima è una scelta strategicamente oculata che garantirà un vantaggio competitivo enorme, riducendo la dipendenza energetica e lasciando indietro chi oggi si ostina a non attutire i danni delle attività umane.
In definitiva, sebbene siamo ancora lontani dai target necessari, la vera partita si gioca tra chi comprende che la sostenibilità è una leva strategica e chi resta ancorato a modelli destinati a creare danni economici e sociali prolungati nel tempo.
Come può la comunicazione ambientale influenzare le decisioni politiche ed economiche oltre a sensibilizzare il singolo cittadino?
Sono convinto che, nonostante la complessità delle dinamiche di potere e il disinteresse di certi vertici per il bene pubblico, la vera speranza risieda nella condivisione della conoscenza, anche quella più elementare.
Il singolo individuo consapevole fa politica nel senso più nobile del termine: portando istanze ai livelli superiori e condizionando, attraverso il numero e la massa, le decisioni di chi sta in alto. La storia ci insegna che nessun regime, per quanto duro, regge all’infinito se si scollega dalle necessità di base.
Il punto centrale non è solo etico, ma fisico: noi dipendiamo totalmente dalla natura e dalle sue risorse.
La crisi dell’agricoltura, la scarsità di acqua potabile o l’insicurezza climatica ci costringeranno, prima o poi, a prendere decisioni drastiche. Se le prendiamo oggi per scelta sarà meglio; se le prenderemo domani per necessità sarà molto peggio, ma accadrà comunque perché è la Terra a imporcelo.
Per questo, negli ultimi anni, ho cambiato approccio nella mia attività: non mi limito più a divulgare il problema, ma cerco di condividere la meraviglia della relazione che ci lega a ogni organismo, anche invisibile o apparentemente insignificante, come un batterio o un fungo.
Più rendiamo le persone fisicamente consapevoli di questo legame stretto e profondo con l'ambiente, più sarà difficile che se ne disinteressino. Risvegliare questa sensibilità attraverso l'esperienza e la conoscenza della natura è, a mio avviso, l'unica strada per aggiustare i processi decisionali e muoverci con maggiore cautela e rispetto verso il mondo che ci ospita.
E sempre rimanendo nell’ottica di un messaggio positivo in un’epoca di greenwashing e disinformazione e negazionismo, qual è il metodo per comunicare la scienza in modo rigoroso ma accessibile, senza però cadere nell’allarmismo in forma di catastrofismo?
Siamo di fronte a una delle sfide più complicate della nostra epoca e non credo esistano soluzioni univoche, ma tanti percorsi diversi. Personalmente, negli ultimi anni mi sono reso conto che il metodo più efficace per comunicare la scienza senza scatenare repulsione è recuperare il rapporto fisico con la natura.
Invece di alimentare il peso del dramma, preferisco mostrare l’oggettività scientifica attraverso l’esperienza. Non insisto su ciò che stiamo perdendo, ma punto a far riscoprire quanto sia prezioso ciò che abbiamo.
Se le persone percepiscono questa connessione, la tutela dell’ambiente diventa una necessità ovvia e non un’imposizione ideologica o un motivo di ansia.
Qual è l’opera o l’esperienza di cui va più fiero e che spera che resti come punto di riferimento per chi si occuperà di tutela dell’ambiente nei prossimi decenni?
Ciò che mi fa più piacere in assoluto, ed è forse l’aspetto che avete colto anche nella motivazione del Premio alla Carriera, è il mio sforzo costante nel rendere comprensibile a chiunque un elemento complesso.
È un obiettivo che perseguo fin dall’inizio della mia attività: ho avuto la fortuna di lavorare al fianco di scienziati che mi hanno aiutato a padroneggiare i dettagli tecnici, ma la mia missione è sempre stata quella di tradurli in un racconto pratico e accessibile.
Per farlo, tengo sempre a mente l’immagine di una mia bisnonna analfabeta, una donna capace di viaggiare tra il Piemonte e l’Argentina a fine Ottocento.
Se una persona con tale intelligenza pratica non capisce un concetto, il limite è del mio linguaggio, non della sua capacità.
Per questo, negli eventi di formazione o nei miei incontri, cerco costantemente il contatto visivo: osservo gli occhi di chi ho di fronte per capire se il messaggio sta arrivando e affino la comunicazione in tempo reale.