Osservare il clima che cambia: intervista a Daniele Cat Berro

Daniele Cat Berro, climatologo e redattore di Nimbus, è stato tra i finalisti del Premio AICA 2025 per la comunicazione ambientale, ricevendo una menzione speciale dal Comitato Scientifico per la qualità della sua attività divulgativa.

Ci accoglie per questa intervista al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri. In questa sede è nata e vive tutt’ora la Società Meteorologica Italiana (SMI) per opera del padre barnabita Francesco Denza.

Daniele ci racconta con passione questa storia mentre percorriamo gli amplissimi corridoi del collegio, tra vetrine che contengono vecchi strumenti scientifici, ultimi testimoni dell’originale vocazione educativa del complesso storico.

Insieme a lui, raggiugiamo l’osservatorio vero e proprio dove rimangono alcuni degli strumenti originali a fianco di quelli più nuovi e moderni. Qui, dal 1865, si registrano ininterrottamente dati meteorologici: temperature, precipitazioni, neve, umidità, vento.

Spiega Cat Berro «Abbiamo oltre 150 anni di osservazioni: una base preziosa per capire come il clima è cambiato. E quello che emerge è chiaro: le temperature sono aumentate di più di due gradi».

Sulle Alpi, però, il cambiamento corre ancora più veloce. «Qui il riscaldamento è circa doppio rispetto alla media globale. Se nel mondo siamo intorno a +1,4 °C dall’epoca preindustriale, sulle Alpi sfioriamo i tre gradi. La conseguenza più evidente è il ritiro dei ghiacciai».

Un fenomeno che non riguarda solo il paesaggio. «La perdita di ghiaccio ha effetti a cascata sul ciclo dell’acqua: cambiano le portate dei torrenti, la loro stagionalità e quindi anche la disponibilità della risorsa idrica». Nelle Alpi Marittime, sottolinea, «nell’ultimo secolo e mezzo si è perso oltre il 90-95% del patrimonio glaciale».

Mentre osserviamo il profilo delle montagne innevate, parlare di crisi climatica può sembrare quasi un paradosso. «Le montagne sono sentinelle del cambiamento climatico: è lì che i fenomeni si manifestano per primi e spesso in modo amplificato. Pensiamo alla criosfera: neve, ghiacciai, permafrost. È un sistema estremamente sensibile che si sta degradando rapidamente».

Accanto all’attività di ricerca, una parte centrale del suo lavoro è la divulgazione.

Una sfida tutt’altro che semplice. «Chi comunica la scienza si muove su un crinale sottile: da un lato c’è il dovere di raccontare i fatti con rigore, dall’altro la necessità di non generare solo ansia, ma anche consapevolezza e senso di possibilità».

A complicare le cose è la natura stessa dei fenomeni climatici. «Sono complessi e spesso controintuitivi. Dire, ad esempio, che in alcune regioni può nevicare di più a causa del riscaldamento globale sembra un paradosso. In realtà è coerente con la fisica: un’atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo, che può tradursi in precipitazioni più intense».

A questo si aggiunge un contesto in cui la fiducia nella scienza è messa alla prova. «Negli ultimi anni disinformazione e negazionismo hanno indebolito il rapporto tra cittadini e comunità scientifica».

Per questo, sottolinea, è fondamentale affiancare ai dati anche le esperienze dirette.

«I numeri sono indispensabili, ma devono dialogare con le testimonianze di chi vive il territorio. Chi abita la montagna vede questi cambiamenti con i propri occhi, li tocca con mano».

Un approccio che può fare la differenza anche nella comunicazione pubblica. «Funzionano molto bene gli eventi in cui si mettono insieme scienziati, operatori locali e cittadini. Le evidenze scientifiche si intrecciano con le esperienze vissute: il messaggio diventa più concreto, più comprensibile».

È in questo equilibrio tra dati e racconto, tra rigore e accessibilità, che si gioca oggi la sfida della comunicazione climatica. E forse anche la possibilità di costruire una nuova fiducia tra scienza e società.