Ci vuole un fiore

Un pensiero dedicato all’arte e, nel dettaglio, alla letteratura, a servizio dell’educazione alla sostenibilità, in favore dei bambini

Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero, per fare l’albero ci suole il seme, per fare il seme ci vuole il frutto, ….

Chi conosce questa canzone? Chi l’ha cantata? Rispondere tutti, forse, è un azzardo, ma aggiungendo quasi, si fa centro di sicuro.

Tuttavia, se andassimo oltre, chiedendo al nostro interlocutore di turno chi sia l’autore, probabilmente, riceveremmo per lo più due risposte: non lo so, oppure, Sergio Endrigo.

Pochi, infatti, sanno che le parole di Ci vuole un fiore sono figlie della penna di Gianni Rodari. Il fatto, in sé, conta poco, poiché ciò che è importante è che il brano, che ha più di 50 anni, continui a passare di generazione in generazione, restituendo la magia della coralità con cui lo si intona fin da piccoli, nonché la profondità del pensiero delicato che il verso finale accoglie: “per fare tutto ci vuole un fiore”.

È l’idea di un’educazione alla sostenibilità ante litteram, fondata sull’arte, semplice e gentile, adatta a ogni età, a ogni tasca e a ogni latitudine; un esempio a cui riferirsi, ispirarsi e, infine, da praticare.

Per questo parto da qui, oggi, per introdurre un’opera dedicata proprio agli alberi e ai bambini; un testo che dei primi parla e che i secondi hanno illustrato, con l’innata, rigogliosa fantasia tanto cara al favoloso Gianni.

Prima di descriverla, però, mi prendo lo spazio per citare l’amico a cui è intitolata, tristemente scomparso ma, tra le pagine, vivo: Andrea Raineri.

Borges scrisse: “nella serie dei fatti inesplicabili che formano l’universo o il tempo, la dedica di un libro non è, certamente, il meno misterioso”. Si tratta di un dono – annota lo scrittore argentino – e l’atto del donare fa coincidere il dare con il ricevere, in una reciprocità che perfettamente si sposa con l’idea che siamo una sola vita: animali e piante, tutti inestricabilmente connessi, animanti il gigantesco palcoscenico della Terra.

Parlare di alberi, nel caso in filastrocche, significa celebrare forme di vita silenziose, miti e fraterne, che dovremmo smettere di trattare come cose, a partire dal linguaggio. Considerando una pianta, perché, in luogo di essa, non dire lei? 

La provocazione non è mia, bensì di Robin Wall Kimmerer, ma la riprendo volentieri, forte del concetto che le parole plasmano il pensiero e, dunque, la realtà. Passando al libro, si chiama Alberi in rima ed è realizzato grazie ai disegni dei bambini di tutte le classi prime delle scuole primarie di Vercelli.

Liberamente disponibile per chiunque, descrive in brevi componimenti varie essenze, permettendo così di far conoscenza con la natura dolcemente. Acero palmato, Tasso, Pioppo, Olmo, ma anche alberi meno noti come Pjcandra acuminata, Guarea, Banskia e altri ancora, sono i protagonisti dell’albo illustrato, il quale si presta sia a un uso privato, sia a un impiego didattico.

Per proteggere occorre conoscere, così da comprendere caratteristiche, qualità e fragilità di coloro dei quali ci si vuole occupare; primo passo è saper nominare.

Per questo, mi va di concludere questo pensiero, riportando integralmente la filastrocca che, forse, meglio incarna il senso di questo genuino approccio. Si tratta di “Albero quale?” e l’invito rivolto a chi legge è di provare a farlo non nella mente, bensì a voce alta:

Albero, albero, dimmelo tu: come si vede e si sente lassù? Per me, piccino, tu sei tanto grande e, se ti guardo, sai, ho tante domande. Quanti alberelli ci sono nel mondo? Per abbracciarti, ti va un girotondo? Ti ascolto attento e poi penso: ma come, parlo con te e non conosco il tuo nome?!.