Nel panorama europeo della rendicontazione aziendale, EFRAG, acronimo di European Financial Reporting Advisory Group, riveste oggi un ruolo cruciale per comprendere l’evoluzione del reporting di sostenibilità.
L’EFRAG è nato nel 2001 su impulso della Commissione Europea come associazione privata al servizio dell’interesse pubblico. Inizialmente la sua missione riguardava esclusivamente la rendicontazione finanziaria, ma nel 2022 l’ente ha ampliato il proprio mandato includendo i temi della sostenibilità.
Oggi l'EFRAG fornisce consulenza tecnica alla Commissione attraverso la redazione delle bozze degli European Sustainability Reporting Standards, gli ESRS. Questi standard europei per il reporting di sostenibilità rendono così operativa la direttiva CSRD.
EFRAG è dunque uno degli attori che contribuiscono a definire il linguaggio con cui le aziende europee misurano e comunicano i propri impatti ambientali, sociali e di governance.
Proprio per questo, il suo primo report di sostenibilità ha un valore che va oltre il documento in sé.
Perché quando un soggetto che aiuta imprese, consulenti e professionisti a orientarsi nella rendicontazione decide di rendicontare se stesso, non sta solo pubblicando dati: sta implicitamente offrendo un esempio, un metodo, forse anche un messaggio culturale.
E il messaggio, in questo caso, è interessante perché EFRAG non sceglie gli ESRS, cioè il sistema più strutturato e ambizioso della rendicontazione europea, ma sceglie il VSME, il Voluntary Sustainability Reporting Standard for SMEs, lo standard volontario pensato per le piccole e medie imprese non quotate.
A prima vista potrebbe sembrare una scelta prudente, quasi difensiva. EFRAG, che ogni giorno aiuta aziende, professionisti e istituzioni a orientarsi tra standard, dati, tassonomie e obblighi di reporting, non osa gli ESRS per raccontare se stessa, ma sceglie il modello più proporzionato, più leggero, più accessibile.
Eppure è proprio questa scelta a rendere il documento interessante, perché ci ricorda che la sostenibilità non si comunica sempre aumentando la complessità, ma anche scegliendo il perimetro giusto, soprattutto quando l’obiettivo non è dimostrare grandezza, ma rendere visibile un percorso.
Il VSME nasce per aiutare le PMI non quotate e le microimprese a gestire le informazioni ESG. Questo strumento permette di rispondere in modo semplice e coerente alle richieste di banche, grandi aziende e catene del valore, riducendo il rischio di questionari frammentati e non comparabili.
La Commissione europea ha adottato il VSME come raccomandazione il 30 luglio 2025. Lo standard dovrebbe aiutare le imprese più piccole a ridurre gli oneri amministrativi e, allo stesso tempo, a migliorare l’accesso alla finanza sostenibile e la capacità di monitorare le proprie performance.
In questo senso, EFRAG non sceglie soltanto uno standard: sceglie di mettersi nel punto in cui oggi si trova gran parte del tessuto produttivo europeo.
Organizzazioni che non hanno strutture complesse, team ESG interni o sistemi di raccolta dati pienamente maturi, ma che sono comunque chiamate a misurare, organizzare e comunicare il proprio impatto.
Non a caso, nel report EFRAG si presenta come un’organizzazione di 59 dipendenti, con 16,7 milioni di euro di ricavi e 9 milioni di euro di attivi, una dimensione che rende comprensibile la scelta di usare un modello pensato per realtà più contenute e meno strutturate.
Ma il punto più interessante, dal punto di vista della comunicazione ambientale, è un altro: il report di EFRAG è quasi radicalmente anti-narrativo.
È costruito come un documento digitale, leggibile sia da esseri umani sia da macchine, disponibile in formato Inline XBRL con dati automaticamente taggati secondo la tassonomia VSME; contiene 115 fatti XBRL e privilegia la struttura del dato rispetto alla costruzione di un racconto editoriale.
Questa scelta fa riflettere. Da un lato è coerente con la missione di EFRAG, che lavora sulla standardizzazione, sulla comparabilità e sulla qualità dell’informazione societaria. Dall’altro lascia emergere una domanda più ampia: quanto può essere efficace una comunicazione di sostenibilità fatta quasi solo di dati, senza un vero apparato narrativo che aiuti il lettore a interpretarli?
Nel report troviamo numeri molto concreti. Sono dati nudi, quasi asciutti. E proprio per questo comunicano molto. Comunicano una sostenibilità senza abbellimenti, senza storytelling emozionale, senza immagini di futuro o promesse altisonanti.
Comunicano anche limiti e imperfezioni: EFRAG ammette, ad esempio, che alcune metriche ambientali sono difficili da misurare. Questo perchè l’organizzazione opera in un edificio condiviso e non ha controllo diretto su consumi di gas, acqua o rifiuti generati dagli altri tenant.
Per questo dichiara di voler rafforzare in futuro le metodologie di misurazione e il dialogo con l’amministratore dell’edificio.
È forse qui che il documento diventa più utile. Non perché sia perfetto, ma perché mostra che anche chi costruisce gli standard incontra problemi molto simili a quelli delle organizzazioni che dovranno applicarli.
La misurazione non è mai neutra, né automatica; dipende da perimetri, disponibilità dei dati, relazioni con fornitori, qualità dei sistemi interni. La trasparenza, in questo caso, non consiste nel presentare una fotografia impeccabile, ma nel rendere visibile anche la difficoltà di scattarla.
EFRAG stessa lo riconosce: il report nasce anche come esperienza di apprendimento, perché nel prepararlo il Segretariato ha individuato sfide comuni alle PMI e intende usare queste evidenze per migliorare il supporto all’implementazione.
È un passaggio importante, perché trasforma il documento da semplice esercizio di rendicontazione a strumento pedagogico: EFRAG non dice soltanto “ecco il nostro impatto”, ma implicitamente “abbiamo provato anche noi, e abbiamo capito dove il processo si inceppa”.
Da questo punto di vista, il report può diventare un modello, ma non nel senso tradizionale del termine.
Non è un modello di comunicazione coinvolgente, non è un esempio di narrazione capace di emozionare o accompagnare il lettore dentro una visione. È piuttosto un modello di disciplina informativa. Mostra come si può partire dai dati, organizzarli, taggarli, renderli comparabili e riconoscere apertamente ciò che non è ancora pienamente misurabile.
Il rischio, però, è che questa forma di trasparenza resti comprensibile soprattutto agli addetti ai lavori. Un report così strutturato è prezioso per professionisti, consulenti, imprese e istituzioni, ma può risultare distante per chi cerca una chiave di lettura più accessibile.
E qui si apre una riflessione centrale per la comunicazione ambientale: la qualità del dato è indispensabile, ma non basta a costruire consapevolezza pubblica.
La sostenibilità ha bisogno di numeri solidi, perché senza numeri resta opinione, reputazione o marketing. Ma ha bisogno anche di contesto, perché senza contesto i numeri rischiano di restare muti.
Dire che un’organizzazione produce 20 tonnellate di CO₂ equivalente o 4 tonnellate di rifiuti può essere trasparente, ma non è necessariamente comunicativo se non si spiega cosa significa, da dove deriva, come può migliorare e quali scelte concrete ne conseguono.
In questo senso, il primo report di sostenibilità di EFRAG racconta anche un paradosso. Nel momento in cui la rendicontazione europea cerca di diventare più accessibile, digitale e proporzionata, il rischio è che la comunicazione si riduca a una sequenza di datapoint, perdendo quella dimensione interpretativa che permette agli stakeholder di capire davvero il percorso di un’organizzazione.
La trasparenza non è solo pubblicare informazioni, ma renderle leggibili, rilevanti e capaci di orientare decisioni.
La scelta del VSME, allora, non va letta come un passo indietro rispetto agli ESRS, ma come un messaggio preciso: se vogliamo che la sostenibilità entri davvero nelle pratiche delle imprese più piccole, dobbiamo costruire strumenti che non siano percepiti come una montagna normativa, ma come una lingua possibile. Tuttavia, una lingua fatta solo di dati rischia di restare grammatica senza racconto.
EFRAG, con questo primo report, si mette in gioco e diventa coerentemente laboratorio di ciò che propone agli altri. Mostra che il reporting non è un prodotto finito, ma un processo di apprendimento; che la digitalizzazione può rendere l’informazione più ordinata e comparabile; che la proporzionalità non deve essere confusa con superficialità; e che anche un documento essenziale può avere un valore culturale, se aiuta a spostare la sostenibilità dal piano delle dichiarazioni a quello della misurazione.
Resta però una domanda aperta, forse la più interessante per chi si occupa di comunicazione ambientale: dopo aver raccolto i dati, come li trasformiamo in senso? Perché il futuro della sostenibilità non si giocherà solo sulla capacità delle imprese di compilare report corretti, ma sulla loro capacità di usarli per costruire fiducia, responsabilità e cambiamento.
E il report di EFRAG, proprio nella sua asciuttezza, ci ricorda che il dato è un punto di partenza, non il punto di arrivo.