IDRA Water, bere acqua diventa sostenibile

Ogni anno, per idratarci, utilizziamo circa 40 chili di petrolio, 350 litri d’acqua di processo e emettiamo 70 kg di CO₂. Il tutto per produrre le 500 bottiglie da 1,5 litri che mediamente consumiamo. Eppure le alternative sul mercato come caraffe filtranti, borracce e sistemi domestici continuano a essere fatte di plastica.

In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, incontriamo Valentina Vecchia, CEO e co-founder di IDRA Water, startup italiana che ha eliminato la plastica dalle caraffe filtranti.

Valentina, come nasce IDRA Water?

Tutto è partito da un’esigenza concreta. Vivendo in appartamenti in affitto, la soluzione più immediata era comprare bottiglie di plastica. Le caraffe filtranti alternative erano anch’esse in plastica, con filtri in plastica. Abbiamo iniziato a cercare materiali naturali capaci di purificare l’acqua senza introdurre nuovi inquinanti.                    

Il risultato è Claysilite: una miscela composita brevettata 100% naturale, prodotta in Italia al 100% con energia rinnovabile. Nessuna resina, nessuna membrana sintetica, nessun derivato del petrolio.

Come comunicate il vostro progetto e a chi vi rivolgete principalmente?

Utilizziamo principalmente Instagram e Facebook, la newsletter, il blog e collaboriamo con creator e influencer. Partecipiamo a eventi e abbiamo ottenuto spazio su testate come Lifegate, Startupmagazine, oltre che in radio.

Ci rivolgiamo principalmente a un pubblico attento alla sostenibilità, ma la sfida vera è raggiungere chi ancora non lo è. Non vogliamo farlo usando il senso di colpa, ma offrendo prodotti belli e performanti che rendano la scelta sostenibile la più logica e piacevole.

Quanto è efficace tecnicamente il vostro filtro rispetto a quelli tradizionali?

La microporosità del Claysilite è quattro volte più efficiente dei filtri attualmente sul mercato. E a differenza dei sistemi a osmosi inversa, che eliminano tutto, noi togliamo solo ciò che non va, e manteniamo i minerali naturalmente presenti nell’acqua, che le persone sono abituate ad assumere. Un filtro copre 400 litri, l’equivalente di 266 bottiglie di plastica.

Qual è l’impatto ambientale concreto rispetto alle bottiglie monouso? 

Il calcolo LCA del prodotto parla chiaro: scegliere IDRA Living significa ridurre le emissioni di CO₂ legate all’idratazione del 93% già nel primo anno, e del 98% dal secondo in poi.

La caraffa in acciaio inox genera 4,8 kg di CO₂ nel primo anno, contro i 70 kg annui delle bottiglie monouso, e appena 1,44 kg dal secondo anno in poi, considerando solo filtri e logistica. 

In 14 mesi di attività, la startup ha già evitato l’immissione di 2,4 milioni di bottiglie e oltre 731 tonnellate di CO₂. IDRA Water inoltre è membro di 1% for the Planet, destinando ogni anno l’1% del proprio fatturato a organizzazioni non profit per la tutela ambientale

I filtri esauriti che fine fanno?

Con IDRA Circle, ogni kit da sei filtri include un box di restituzione. Dopo circa un mese di utilizzo, quando il filtro è esausto lo si asciuga, lo si ripone nella scatola, si scansiona il QR code e si stampa l’etichetta.

Il ritiro è completamente gratuito perché il filtro usato diventa per noi una materia secondaria preziosa: lo rigeneriamo come substrato per l’idroponica.

Perfino le piccole perle in solfito di calcio che assorbono il cloro trovano una seconda vita: una volta esaurite, possono essere interrate nei vasi domestici, dove proteggono le radici delle piante dall’eccesso di cloro.

Dove vuole arrivare IDRA Water nei prossimi anni?

Vogliamo diventare il punto di riferimento per l’idratazione pulita ovunque le persone si trovino. Oggi siamo nella parte domestica, ma la direzione è chiara: portare il sistema fuori casa, con la cannuccia filtrante universale compatibile con le borracce già in circolazione.

I consumatori sono stati tartassati dalla comunicazione green e ormai la danno per scontata. Noi vogliamo offrire qualcosa di piacevole da usare che abbia, quasi come conseguenza naturale, un impatto molto minore.

Forse il cambiamento più difficile non è tecnologico, ma culturale: convincersi che la sostenibilità non debba essere un sacrificio, ma semplicemente una scelta più intelligente.