Un’altra guerra fredda

Una riflessione sulla crescente importanza del Nord estremo nello scenario internazionale, in chiave sostenibile

C’è chi definisce i cambiamenti climatici la più grande truffa mai perpetrata ai danni del mondo, ma poi – come altri meno insolenti, invero –, sullo scenario che gli stessi definiscono e definiranno, costruisce le proprie, nefaste, strategie competitive e mire.

Tuttavia, non è di bullismo, né di negazionismo che oggi desidero parlare, bensì di una situazione concreta, estremamente cangiante e sotto gli occhi di molti attenti e variegati osservatori.

I mutamenti in corso nelle zone artiche stanno cioè ridefinendo gli equilibri mondiali e la sostenibilità si impone come assoluta protagonista, o almeno dovrebbe.

Cos’è, infatti, la sostenibilità, se non un’inestricabile matassa di tematiche sociali, economiche e ambientali?

L’orizzonte interdisciplinare o, meglio, transdisciplinare – cioè a dire che, nei fatti, la conoscenza è una e ogni sapere confluisce in essa in modo consustanziale –, è l’unico possibile, anche volgendo gli occhi al Nord estremo, verso terre le cui peculiarità noi navigatori esperti di città nemmeno possiamo immaginare.

Per questo, desidero introdurre un volume di recente uscito e che ho tenuto tra le mani volentieri, nutrendomi con le molteplici rivelazioni in esso contenute.

Si tratta di 2050 la guerra dei ghiacci e ne ho avuto notizia direttamente dalla co-autrice, Cecilia Sandroni, esperta di relazioni internazionali; co-autore è Giovanni Tonini, già ufficiale della Marina militare italiana e coordinatore di attività multinazionali NATO. 

Mi centro su quest’opera perché, partendo da un punto di vista rilevato, si ramifica nei vari ambiti riguardanti l’Artico in modo preciso e suggestivo. Sceglierò di parlare di quelli più vicini alla mia vocazione umanistica in questa sede, invitando a godere della recensione più completa che uscirà a fine aprile sul mio canale Ecopensieri, presente su YouTube.

Veniamo al punto. Sapevate che nell’Artico vivono quattro milioni di persone?

Inuit, Sami, Nenets e altre comunità, tutte preziose portatrici di saperi millenari, certamente anche riferiti all’ambiente. Ora, il fatto che il riscaldamento globale e i mutamenti che porta con sé riguardino spesso regioni remote (Artico e Subartico sono due testimoni), rende queste stratificazioni di conoscenze indispensabili.

Il problema diventa allora la ormai consolidata indifferenza del sistema in cui siamo immersi, nei confronti delle minoranze, che pare quasi un obbligo voler uniformare all’unico standard ormai accettato, complice il dominante orientamento al solo profitto.

Eppure dovrebbe risuonare dentro di noi l’eco delle parole di certi attivisti di quelle lande remote: «L’Artico è il sistema di allarme precoce del mondo per il cambiamento climatico. Noi indigeni siamo i tuoi sensori umani. Quanto soffriamo noi, presto soffrirete tutti. È tempo di ascoltare». Numerosi progetti scientifici, infatti, rivelano il profondo valore delle memorie e culture locali per comprendere le trasformazioni, le quali sono concrete e, duole dirlo, spaventose.

A livello ambientale, in quelle zone, sono documentate concentrazioni allarmanti di inquinanti della più varia natura, sul piano economico le conseguenze risultano evidenti, con un’impennata di costi che rendono addirittura inaccessibili alcuni generi alimentari e, a livello sociale, affiorano impatti sanitari derivanti dall’esposizione.

Si riscontrano altresì elevati tassi di suicidio tra i giovani, che non ce la fanno a sostenere la corruzione del mondo in cui sono costretti a vivere; il concetto di solastalgia descrive questo disagio psichico. Chiudo con le lingue in pericolo di sparire, tema a cui sono affezionato e che, erroneamente, poco e male si tende ad associare a una reale perdita. Gli idiomi indigeni non sono meri strumenti di comunicazione, ma racchiudono “interi sistemi concettuali che codificano relazioni uniche con l’ambiente artico“.

L’omogeneizzazione che tanto ci piace, spesso ritenendoci più evoluti o comunque migliori di altri e, dunque, in grado di esportare cultura e stili di vita, non impoverisce solo quei luoghi, ma tutto il pianeta, minando la indispensabile diversità che lo caratterizza.

Non dimentichiamo mai che una catena che regge prevede la conservazione e la cura di ciascun anello, nessuno escluso.