Conclusa la terza edizione della Scuola di Comunicazione della Ricerca Scientifica

Sono trascorsi alcuni giorni dal termine della Scuola invernale di comunicazione della ricerca scientifica 2026, un’esperienza vissuta nel Parco Nazionale Gran Paradiso in Valle Soana, in particolare nel Comune di Ronco Canavese.

In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, la Scuola ha fatto una scelta coraggiosa: rimettere al centro l’umanità, puntando sulla forza della voce, dei gesti e della relazione diretta, per raccontare la scienza.

Per questo, il programma è iniziato da un laboratorio di narrazione teatrale, guidato da Claudio Tomaello, per passare a strumenti per la facilitazione del dialogo per la conservazione, insieme a Veronica Sommadossi, dello studio tangram

Due moduli ben legati tra loro, concordano in docenti. Se Tomaello ha accompagnato i e le partecipanti verso una maggiore consapevolezza espressiva, Sommadossi ha poi saputo raccogliere questa energia e trasformarla in un lavoro sulla relazione con il gruppo.

 “C’è un partecipante che mi ha detto: io mi aspettavo l’intelligenza artificiale, strumenti super tecnici per comunicare e invece il percorso è stato un altro” spiega Sommadossi, senza stupore. Secondo la docente, c’è infatti un grande bisogno di coltivare le abilità relazionali e di tornare alla semplicità dello stare bene con gli altri. 

I tre giorni della Scuola hanno definito un tempo e uno spazio per mettere da parte il digitale e riscoprire la frequenza della relazione.

Così il rullino di questi giorni di scuola racconta una storia “di imbarazzo di esporsi, di salire sul palco”, ammette Tomaello, “ma anche di voglia di mettersi in gioco”.

Durante il laboratorio, Tomaello ha insistito su come “tutto è storia“, giocando con l’idea che anche la conoscenza scientifica può uscire dai cancelli rigidi dell’oggettività e sperimentare più modi per essere raccontata. 

Provare a raccontare i dati anziché spiegarli. Più strumenti ho per narrare, più riesco ad avvicinare le persone a ciò che ho da raccontare“, spiega Tomaello, riflettendo allo stesso tempo sulla sfida di uscire dagli schemi di una ricerca accademica che si nutre di grafici e papers.

È proprio dalla necessità di trasmettere i risultati della ricerca scientifica che nasce la Scuola, spiega Caterina Ferrari, organizzatrice fin dalle prime edizioni.

Quest’anno si è accuratamente scelto di dare centralità alla narrazione, ma anche la scelta del luogo non è casuale.

Noi la vogliamo fare nei territori”, spiega Ferrari. “Questi territori danno con più facilità quel senso di concretezza”. Anche la difficoltà di raggiungere la valle diventa parte dell’esperienza: una forma di “stare”, un esercizio di presenza e semplicità.

Si ritorna così al messaggio essenziale delle aree protette e dei parchi: costruire una relazione di cura con questo mondo. In ciò, l’arte di comunicare la scienza ci è alleata.