In Italia si torna a parlare di nucleare. Intervista a Stefano Monti

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Il dibattito in Italia, riguardo l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi civili, ha vissuto fasi alterne, ma non si è mai definitivamente spento.

Sull’argomento ci sono stati due referendum, entrambi hanno registrato la volontà degli elettori di bloccare l’arrivo del nucleare in Italia. Il primo nel 1987, a seguito della tragedia di Chernobyl, il secondo nel 2011 quando il governo riportò sul tavolo la possibilità di costruire nuove centrali nucleari.

Dal 2022, con l’insediamento del governo Meloni e i contemporanei cambiamenti geopolitici in atto, il discorso pubblico sul nucleare è tornato sulle prime pagine dei giornali.

Per approfondire il tema, troppo spesso semplificato a scopo elettorale, abbiamo fatto alcune domande a Stefano Monti, ingegnere nucleare, ex membro dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) e dal 2023 Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare.

Come nasce la vostra associazione e a che scopo?

L’AIN nasce nel 2016 ed è un ente culturale che si propone come punto d’incontro e di discussione tra gli enti, le istituzioni e le imprese che sono interessate allo sviluppo pacifico dell’energia e delle tecnologie nucleari.

Specifico la parola pacifico perché come ben sappiamo lo studio dell’energia nucleare nasce dopo la Seconda guerra mondiale, ma con scopi militari. Negli anni ci siamo occupati con attenzione anche dei temi legati alla ricerca e alla formazione e mantenere rapporti con gli enti nazionali, internazionali e sovranazionali del settore nucleare.

Che ruolo può avere in questo ambito la comunicazione?

Ha un ruolo fondamentale. In questi due o tre anni abbiamo organizzato centinaia di eventi pubblici dove abbiamo cercato di dare informazioni, con l’obiettivo di essere trasparenti sui termini legati alla tecnologia e anche sulle difficoltà.

Credo sia necessario investire su delle campagne di comunicazione fatte a livello territoriale e soprattutto fatte in maniera coinvolgente. È necessario ascoltare le paure delle persone e cercare di fargli capire che il nucleare non è questo drago a dieci teste che a volte viene raccontato. Ci sono dei problemi e delle difficoltà, ma le soluzioni tecniche per superarle esistono anche in Italia.

Parlando proprio di Italia, cosa prevede il nostro progetto di energia nucleare?

Ciò di cui si parla in Italia in questi anni sono gli Small Modular Reactor (SMR), conosciuti anche come reattori nucleari modulari o di terza generazione. Sono il risultato degli studi che sono stati fatti negli ultimi 10-20 anni riguardo il mondo del nucleare.

Sono molto più piccoli rispetto alle enormi centrali nucleari costruite in Europa negli anni ‘70 e ’80, possono essere prodotti in fabbrica e in un tempo molto minore, anche soli 2-3 anni. Vengono trasportati sul luogo scelto solo dopo essere stati assemblati. Essendo più piccoli producono ovviamente meno energia, all’incirca 300 megawatt contro i 1600 prodotti dalle grandi centrali nucleari.

In Italia, dove non si costruisce un reattore nucleare dal 1990, si pensa che questi SMR siano realizzabili nell’orizzonte del 2035.

Come si è passati dalla costruzione di grandi centrali nucleari agli attuali progetti di SMR?

Il ragionamento che veniva seguito nella costruzione delle grandi centrali nucleari era quello dell’economia di scala. Costruire reattori sempre più grandi così da ammortizzare i costi. Gli SMR seguono invece il concetto di economia di serie. Senza voler semplificare troppo, è la stessa idea alla base della produzione di aerei o macchine. Costruiamo reattori nucleari più piccoli, che costano meno, ma che entrano subito in azione e che permettono quindi di rientrare prima dall’investimento fatto. Si tratta per il momento di vantaggi potenziali, perché in Occidente ci sono pochi esemplari di SMR, mentre di centrali nucleari di seconda generazione abbiamo centinaia di esempi.

La gestione degli scarti radioattivi è uno dei temi legati all’utilizzo dell’energia nucleare.

I rifiuti radioattivi sono di varie categorie, non sono tutti uguali. In questo momento in Italia si gestiscono già i rifiuti radioattivi provenienti dalla diagnostica ospedaliera. Ogni tipo di scarto perde la propria radioattività in tempi diversi: possono essere alcuni minuti, alcuni giorni, mesi o anche tantissimi anni, 10.000 o 100.000 anni.

La bassa e media attività si sa benissimo come gestirla e lo si fa mettendo questi rifiuti in depositi che permettono di mantenerli in sicurezza per 100, 200 anni. Una tipologia di deposito che si potrebbe realizzare anche in Italia, ma per cui è difficile trovare un sito adatto e avere il consenso della popolazione.

E per quanto riguarda gli scarti che hanno vita lunghissima?

Esistono dei depositi di formazione geologica, ovvero ricavati all’interno del terreno, che hanno durata molto più lunga rispetto ad un deposito normale. Sono scavati fino a 600 metri di profondità e ovviamente garantiscono molta più resistenza nel tempo. In Europa il primo deposito di formazione geologica arriverà nel 2027 in Finlandia, poi probabilmente lo costruirà la Svezia. Per l’Italia credo sia ancora una soluzione molto prematura.

Quali sono le quantità di rifiuti radioattivi che ci troveremmo a dover gestire?

Parliamo in realtà di quantità e volumi molto piccoli. C’è un dato secondo me esplicativo in questo senso: se una persona vive cento anni e per tutte le sue esigenze di energia utilizza solo i reattori nucleari, questa persona produce rifiuti radioattivi che possono entrare dentro una lattina di una bevanda. Se poi parliamo dei rifiuti che hanno lunghissima vita allora la quantità si riduce ulteriormente. Sarebbero delle tracce all’interno della lattina. Secondo alcuni studi i rifiuti radioattivi creati dalla Francia, paese con 57 reattori attivi tutt’oggi, starebbero all’interno di un campo di calcio.

L’altro tema molto discusso è quello della sicurezza. Tutti noi abbiamo ancora negli occhi gli incidenti di Černobyl’ e soprattutto Fukushima.

Rispetto a Fukushima il passo avanti principale in tema di sicurezza sono i cosiddetti sistemi di sicurezza passivi. Sono meccanismi che permettono di rimuovere il calore prodotto dalla reazione nucleare anche senza l’intervento dell’uomo. In particolare, sono sistemi che sfruttano la naturale circolazione dell’acqua.

Uno di questi sistemi naturali è quello che vediamo in natura con i venti. L’aria più calda si muove verso la parte più fredda e in questo modo si genera una corrente atmosferica.

I reattori attuali hanno dei sistemi di sicurezza che sono basati proprio su questa circolazione naturale e quindi il reattore si raffredda anche se l’operatore non interviene.

L’incidente di Fukushima per i danni causati dallo tsunami successivo al terremoto. Stiamo parlando di una scossa di 9.1 sulla Scala Richter, ma il reattore aveva resistito e si stava spegnendo automaticamente.

Il problema in quel caso sono stati i motori diesel, pensati per emergenze come quella, ma che purtroppo sono stati spenti dallo tsunami che è arrivato subito dopo la scossa.

Negli impianti che sono attualmente allo studio con i sistemi di sicurezza passiva questo non sarebbe accaduto. Oggi siamo in grado infatti di rimuovere il calore in eccesso anche senza l’intervento umano o l’utilizzo di strumenti secondari.