Rispettare i beni comuni: il territorio visto da Paolo Maddalena

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territorio_bene_comuneRiconoscere il valore di un bene comune significa subordinare l’interesse di un singolo a quello di una collettività. Altrettanto importante diventa comunicare quel bene comune, cioè metterlo in comune (dal latino communico = mettere in comune, far partecipare) a servizio dell’opinione pubblica.

Può il “paesaggio” ricadere sotto questo principio? E se sì, cosa ne comporterebbe? Envi.info lo ha chiesto direttamente a Paolo Maddalena, uno dei più importanti giuristi italiani, secondo il quale è di fondamentale importanza distinguere la proprietà comune o collettiva, che ha il suo fondamento nella «sovranità», dalla proprietà privata, che ha il suo fondamento nella «legge». Secondo l’ex-magistrato, autore di “Il territorio bene comune degli italiani”, solo capovolgendo il pensiero neoliberista dominante, secondo il quale l’interesse pubblico costituisce un limite alla proprietà privata, verrà ristabilito un equilibrio che negli ultimi decenni di storia italiana è stato tutto sbilanciato a favore della proprietà privata. In aiuto dei cittadini – e della comunicazione e diffusione di questi principi – c’è la Costituzione.

Professor Maddalena, cosa sta succedendo ai nostri “beni comuni”?

L’impegno di chi ci amministra deve essere sempre quello per il quale ha ricevuto il mandato dai cittadini, ovvero fare gli interessi del popolo. Al contrario, i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, da Berlusconi e, peggio ancora, al governo Monti, si sono incamminati lungo un binario sbagliato e stanno svendendo i nostri beni per pareggiare il bilancio. Il fine di questa svendita è esclusivamente di tipo “contabile”, non di interesse generale e cioè in grado di far migliorare la nostra vita e aiutarci a superare la crisi: il fine contabile fa aumentare i debiti e gli effetti della crisi stessa e rientra in un disegno completo della finanza che ci sta condannando a morte. Le operazioni della finanza infatti creano una ricchezza fittizia che attraverso l’inganno ci sta “priva” di tutti i beni di proprietà comune.

Tra questi beni vi sono anche il suolo, il territorio, il paesaggio. Come si inserisce in questo contesto il consumo di suolo?

Quando parliamo di “territorio” e di “paesaggio” intendiamo sempre la stessa cosa: il paesaggio è la forma del territorio; il territorio contiene il sottosuolo, il suolo e il soprasuolo, e quest’ultimo lo chiamiamo “paesaggio”. Se il suolo da agricolo diventa urbano, si toglie la parte “vivente”, quindi si agisce negativamente sul ciclo vitale del pianeta. Il problema centrale, quindi, è per lo meno quello di bloccare immediatamente il consumo di suolo. Quando il commissario alla spending review Cottarelli ha notato che, di notte, l’Italia era illuminata il doppio rispetto a Spagna, Portogallo e Germania, ha indicato che era opportuno per il nostro Paese abbattere l’illuminazione notturna per ridurre i consumi energetici. Dimenticando che questo dato di fatto dimostrava che in Italia si era costruito il doppio rispetto agli altri Paesi europei… Abbiamo una responsabilità enorme, per aver distrutto negli ultimi anni chilometri e chilometri quadrati di terreno agricolo e di paesaggio.

Stabilito che il territorio appartiene al Popolo a titolo di sovranità e che soltanto il Popolo ha il potere di modificarlo, resta il problema di precisare in che modo si può difendere il territorio stesso. Con quali strumenti i cittadini possono partecipare e difendere i beni comuni? Può la Comunicazione, che significa “far partecipare”, avere un ruolo centrale in tutto questo?

A parte i poteri pubblici di autotutela e di promozione dell’azione giudiziaria spettanti alla Pubblica Amministrazione, che per legge ha la gestione del territorio, la modalità di “partecipazione” da parte dei cittadini è indicata dalla Costituzione, in particolare dagli articoli 3, 43 e 118, ultimo comma. L’art. 3, comma 2, precisa che la Repubblica rimuove gli ostacoli che impediscono “a tutti i lavoratori di partecipare  all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”. L’art. 43 invita lo Stato a riservare alla mano pubblica o a Comunità di lavoratori o di utenti le “Imprese che ineriscono a fonti di energia, servizi pubblici essenziali o a situazioni di monopolio”. L’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione sancisce che i cittadini singoli o associati possono svolgere attività di interesse generale, secondo il principio di sussidiarietà. Insomma i cittadini “portatori di interessi diffusi” non solo possono intervenire nei procedimenti amministrativi per orientare le scelte dell’esecutivo verso il soddisfacimento di interessi generali, ma possono anche agire in giudizio con l’azione popolare, un’azione promossa come “parte” della Comunità politica e cioè contemporaneamente nell’interesse proprio e di tutti gli altri cittadini.

Maurizio Bongioanni

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