Lo scorso 22 ottobre, in ritardo rispetto alle scadenze previste e sotto la pressione dell’ennesima procedura d’infrazione europea, l’Italia ha recepito con il dlgs 176/2026 la Direttiva UE 2024/1799 sul Right to Repair, ovvero il Diritto alla Riparazione.
Ma la portata del Right to Repair va ben oltre un aggiornamento delle tutele dei consumatori. Il suo impatto più profondo è culturale, comportamentale e sociale. Perché promuovere il diritto alla riparazione significa ripensare il nostro rapporto con gli oggetti, il consumo e il valore delle cose.
Dagli anni del boom in poi la società dei consumi ha teorizzato, reso desiderabile e praticato un modello usa-e-getta, basato sull’obsolescenza dei beni, non solo programmata nei prodotti ma radicata nella nostra percezione del tempo e del valore.
La risposta di fronte a un dispositivo con la batteria esausta, uno schermo incrinato o un elettrodomestico bloccato è stata per troppo tempo “Non conviene aggiustarlo, ne compro uno nuovo”, complici anche costi di riparazione sproporzionati, pezzi introvabili e software progettati per invecchiare velocemente.
Questo provvedimento apre una crepa potenzialmente decisiva in quel paradigma. Rendere la riparazione più semplice, conveniente e accessibile apre la possibilità di uscire dalla logica del possesso usa-e-getta per andare verso una nuova cultura della manutenzione e della cura.
Le apparecchiature elettriche ed elettroniche, i RAEE, rappresentano uno dei flussi di rifiuti a più rapida crescita al mondo, ricchi di metalli rari, plastica e componenti altamente pericolosi e inquinanti se disperti nell’ambiente.
Estendere la durata di uno smartphone o di un tostapane anche solo di pochi anni genera un beneficio ambientale enormemente superiore rispetto all’azione, comunque imprescindibile, di riciclarlo a fine vita.
Parliamo spesso di “transizione ecologica” ed “economia circolare”, ma non sempre questi concetti riescono a tradursi in comportamenti concreti.
Il recepimento del Right to Repair rappresenta un’occasione per colmare questa distanza, rendendo i principi della circolarità gesti quotidiani e dando finalmente concretezza alla sua piramide e a un principio fondamentale secondo cui il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto.
La norma apre inoltre la strada a un ecosistema di riparatori indipendenti, mercati del ricondizionato e Repair Café di quartiere, un volano di economia circolare su scala locale, lavoro di prossimità e relazioni sociali.
La sfida vera comincia adesso. La legge garantisce il diritto di riparare, sta a noi trasformarlo in un’abitudine quotidiana, in un punto di svolta per i nostri stili di vita.
Non un ripiego economico o un ritorno alle abitudini dei nonni, ma una scelta consapevole e innovativa. Se il Novecento è stato il secolo in cui abbiamo imparato e desiderato il consumo di massa, questo scorcio di XXI secolo può aprire l’epoca della durabilità, della responsabilità e della rigenerazione.
