Vietato dare cibo alla fauna dei parchi. Sì, ma perché?

È primavera inoltrata, periodo di massimo splendore della natura e di schiusa delle uova. Durante le nostre passeggiate vicino ai corsi d’acqua, infatti, speriamo di vedere qualche nidiata alle prese con le prime nuotate.

Nell’incontro con i nuovi nati però, si cela un rischio nascosto. Qui la disinformazione genera un paradosso e una potenziale minaccia per la natura.

L’essere umano, mosso da tenerezza, potrebbe essere tentato di sbriciolare del pane per nutrire gli animali. Alla base del gesto ci sono sicuramente buone intenzioni, ma poca consapevolezza sui seri danni che i nostri prodotti lievitati possono causare.

Il pane e i suoi derivati non rientrano nel profilo nutrizionale ottimale degli uccelli acquatici. Consumandoli si sentiranno sazi, non cercheranno altro cibo e saranno esposti a carenze nutrizionali.

Un’alimentazione scorretta può causare inoltre l’ala d’angelo, una patologia che deforma le ali e blocca lo sviluppo delle penne remiganti. Questa condizione impedisce il volo, rendendo gli animali estremamente vulnerabili. La giornalista Gila Kalman ha approfondito l’argomento in un articolo pubblicato sull’YU Observer.

Ma anche alcune campagne di comunicazione internazionali hanno dato voce alla questione.

Nel 2019 nasce Bin the Bread, un progetto di divulgazione avviato nel Regno Unito grazie alla Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) e il Canal & River Trust. Il progetto ha aperto ufficialmente la discussione sul tema, per fare chiarezza sull’alimentazione corretta della fauna acquatica.

A subire gli effetti del pane gettato nell’acqua, non sono solo gli uccelli.

Se un pesce ingerisce prodotti panificati, tali cibi continuano ad assorbire umidità e possono creare blocchi alla digestione che, in certi casi, possono causare la morte.

Oltre alle problematiche dirette causate agli animali, immettere cibo in ecosistemi acquatici, ne altera gli equilibri. Il cibo non consumato si deteriora, favorendo la proliferazione batterica e la formazione di alghe in eccesso. Inoltre, può causare affollamenti che facilitano la diffusione di malattie provocando disequilibri tra specie.

Su questo aspetto, Ocean Crusaders, fondazione australiana attiva nella protezione degli oceani, ha dedicato un articolo di approfondimento, volto alla tutela degli ecosistemi acquatici e la fauna che li abita.

Anche in Italia, associazioni come LIPU e Bird Life International insieme a diversi enti pubblici regolano il divieto di nutrire la fauna selvatica e la posizione è chiara e condivisa. 

Ad esempio, il Comune di Treviso dedica al tema l’articolo 17 del Regolamento per la tutela e il benessere degli animali, mentre il Comune di Milano, vieta la somministrazione di cibo alla fauna nei parchi urbani, stabilendo delle sanzioni.

Analogamente, all’ingresso di molti parchi naturali sono presenti cartelli che indicano chiaramente i comportamenti da rispettare, tra cui il divieto portare del cibo gli animali.

Tuttavia, perché queste norme siano davvero efficaci, è fondamentale affiancare ai regolamenti una comunicazione chiara e mirata, rivolta sia alla popolazione locale che ai turisti.

Anche nelle aree verdi più piccole e fruibili è possibile che siano presenti cartelli con scritto: “Non dare da mangiare agli animali”.

Nella percezione comune, questo gesto non viene però percepito come un errore; di conseguenza, un simile avviso non ha lo stesso impatto psicologico di un semaforo rosso in prossimità di un incrocio.

È necessario fare educazione ambientale e presidiare le aree a rischio per cambiare l’immaginario comune. Serve informare con cartelli divulgativi di accompagnamento, semplici e chiari, che spieghino quali effetti può avere il cibo processato sugli animali e sugli ecosistemi.

Infine, quando gli animali selvatici vengono nutriti, perdono la loro naturale diffidenza. Un’eccessiva fiducia riduce di conseguenza la sicurezza collettiva , sia degli animali che degli esseri umani.

L’unica eccezione valida è quando un CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici), contattato dopo il ritrovamento di un animale in difficoltà, ci indica espressamente se intervenire e se sia necessario nutrirlo.

Osserviamo i selvatici da lontano, rispettiamo gli ecosistemi, non interferiamo con la natura.