La nostra mente influenza la crisi climatica? Intervista a Motterlini

Se una civiltà aliena volesse conquistarci sceglierebbero una minaccia lenta, insidiosa, capace di sfuggire alla nostra percezione quotidiana: provocherebbero una crisi climatica.

Si apre così l’ultimo libro di Matteo Motterlini, professore ordinario di Filosofia della Scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Il saggio si intitola Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai, ma è il sottotitolo a spiegare ancora meglio il tema del libro: Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico.

L’opera propone otto riflessioni centrali che toccano da vicino la comunicazione ambientale. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore per approfondire i punti cardine della sua inedita prospettiva.

Da dove partiresti per parlare del tuo libro e di politiche ambientali?

La crisi climatica non è solo un problema tecnologico o normativo, ma è una crisi del modo in cui decidiamo. Le politiche ambientali falliscono spesso perché presuppongono attori razionali, lungimiranti e coerenti, che in realtà non esistono.

Governi, imprese e cittadini sono dominati dal breve termine, dai cicli elettorali e dai ritorni immediati. Senza vincoli credibili, impegni irreversibili e istituzioni pensate per compensare la nostra miopia cognitiva, la transizione resta fragile. È qui che le scienze cognitive diventano politicamente rilevanti.

Tema centrale nel libro sono le scienze cognitive: da questo punto di vista, perché i messaggi sul cambiamento climatico spesso non producono azioni concrete?

Perché parlano ad un cervello che non è fatto per reagire a minacce lente, invisibili e statistiche.

Il cambiamento climatico non ha un volto, non provoca indignazione morale immediata e non attiva i nostri allarmi evolutivi. Inoltre i suoi effetti sono distribuiti nel tempo e nello spazio, quindi facilmente rimandabili.

Razionalmente capiamo il problema, ma emotivamente non lo sentiamo urgente. E senza urgenza emotiva, l’azione tende a essere procrastinata.

Il pensiero umano è spesso irrazionale: come questo si riflette nelle decisioni ambientali?

Si riflette nella sistematica svalutazione del futuro. Tendiamo a percepire come enormi i costi immediati delle politiche ambientali e come vaghi i benefici futuri. Questo porta a rinviare decisioni che sappiamo necessarie. Il risultato è che continuiamo a emettere CO₂ come se il conto potesse essere pagato da qualcun altro, più avanti.

Nel libro parli di “scienza dei ciarlatani”. Come si può contrastare questa brutta abitudine?

Serve la capacità di distinguere tra evidenza, opinione e propaganda. Il mondo dell’informazione deve smettere di trattare la scienza come un’opinione tra le tante. La cittadinanza deve sviluppare quella minima alfabetizzazione scientifica per superare la falsa equivalenza tra consenso scientifico e negazionismo. È un paragone che fa enormi danni.

È possibile comunicare l’urgenza climatica senza attivare rimozione o negazione?

Sì, ma è difficile. Il catastrofismo puro genera ansia e porta alla fuga psicologica. La minimizzazione, invece, tranquillizza ma non smuove.

La chiave è l’efficacia percepita: mostrare che le azioni collettive funzionano, che le politiche contano e che il cambiamento non dipende solo dall’eroismo individuale. L’urgenza deve essere accompagnata da una via d’uscita credibile.

Il Sud Italia recentemente è stato colpito dagli effetti del cambiamento climatico, ma se n’è parlato molto poco e in modo poco approfondito: che ne pensa?

È un esempio perfetto di rimozione. Gli eventi estremi vengono raccontati come fatalità locali, scollegate da un quadro più ampio. Così evitiamo di porci domande scomode sulle cause e sulle responsabilità. Finché non colleghiamo sistematicamente questi eventi al cambiamento climatico, resteranno emergenze e non segnali. E senza segnali, non c’è apprendimento collettivo.

Che responsabilità hanno i media e i giornalisti nel tradurre la complessità climatica?

Enorme. I media non si limitano a informare: decidono di cosa parliamo e per quanto tempo. Trattare il clima come una notizia occasionale, legata solo agli eventi estremi, impedisce di comprenderne la natura sistemica. Tradurre la complessità non significa semplificare troppo, ma spiegare con chiarezza i nessi causali, le incertezze e le responsabilità politiche. È una funzione democratica cruciale.

Qual è il ruolo dell’illusione del controllo e del fatalismo nelle scelte ambientali?

Sono due strategie psicologiche per ridurre l’ansia. L’illusione del controllo ci fa credere che una tecnologia futura risolverà tutto senza cambiare nulla oggi. Il fatalismo, al contrario, ci dice che è troppo tardi e quindi è inutile agire. Entrambe assolvono dall’assunzione di responsabilità. In modi opposti, producono lo stesso effetto: immobilismo.

Dopo anni di studio sul decision-making, è ottimista o pessimista sulla risposta collettiva alla crisi climatica?

Sono un ottimista molto moderato, direi un ottimista scettico. Non perché sottovaluti la gravità della situazione, ma perché oggi conosciamo molto meglio le trappole mentali che ci bloccano. Non siamo più innocenti. Se continuiamo a progettare politiche ignorando come funziona la mente umana, falliremo.

Se invece usiamo questa conoscenza per costruire istituzioni migliori, una finestra di possibilità esiste ancora.

Immagine di copertina © Matteo Motterlini