A proposito della menzogna e delle sue conseguenze nel tempo della spregiudicatezza bellica.
Se non sapete cosa si intende per socialwashing, ve lo dico io. Si tratta di una pratica per cui un’azienda racconta una conversione al sociale che non corrisponde a un effettivo cambiamento nella gestione delle persone.
L’ho imparato leggendo il libro di Rossella Sobrero. Esposta la definizione, l’autrice fa compiere a chi legge un viaggio alla scoperta dei vari washing, devo ammettere, assai divertenti per me che non frequento questi territori.
C’è il Pink, ovvero un atteggiamento apparentemente solidale nei confronti delle donne, il Rainbow, riguardante invece la comunità LGBTQIA+, il Woke, utilizzato in generale quando temi di giustizia sociale diventano oggetto di strategie di marketing e di comunicazione e via sfogliando.
Non ho trovato traccia, tuttavia, di uno che mi interessa particolarmente trattare oggi e di cui ho avuto notizia dal web. Invero, mi sono chiesto se esistesse e ho cercato, purtroppo trovandolo (avrei amato almeno coniare io il neologismo, ma pazienza).
Sto parlando del Warwashing, cioè di una strategia di marketing e comunicativa con cui si tenta di ripulire l’immagine pubblica di enti, aziende e istituzioni riguardo a guerre e armamenti, presentando e qualificando idee, azioni e prodotti come etici.
Vorrei tanto scrivere precisamente come penso e come, a tratti, parlo, trattando questi argomenti, ma non posso per questioni di doverosa, forzata continenza. Addolcisco, perciò, come segue.
La guerra non può essere verde, non può nemmeno essere buona e mai è risolutiva. Presentarla così significa, appunto, manipolare la gente, instillando paure e plasmando nemici fantastici; il risultato è morte per alcuni e pericolo per tutti… tranne che i costruttori di arsenali bellici.
Non c’è alcuna possibilità di futuro destinando risorse a strumenti devastanti che, oltre alla vita, a ogni livello, mietono le speranze di un contenimento dell’inquinamento e del riscaldamento globale.
Perciò mi e vi chiedo: come si può definire sostenibile la spesa militare? Se le parole hanno un senso, cioè se servono per dire, occorre evitare di convertirle in etichette precarie, da appiccicare qui e là secondo bisogno e direzione del vento.
Non c’è alcuna spesa bellica che si può qualificare come sostenibile, così come, a mio avviso, non è legittimo associare quella spesa al concetto di difesa. Per quanto disgustoso, ritengo più onesto l’atteggiamento del presidente degli Stati Uniti d’America, che ha cambiato il nome del Dipartimento della difesa in Dipartimento della guerra un anno fa.
Il video presente sulla home page ve lo lascio scoprire e, se siete patiti della saga degli Avengers, vi piacerà e lo troverete coerente con la fiction; le parole, invece, voglio riportarle, già tradotte per comodità: «Pace attraverso la forza. È una promessa di questa nazione ai suoi cittadini, alleati e nemici. La forza necessaria per creare questa pace risiede nella letalità, nel carattere e nell’impegno dei nostri soldati. Guadagnati il tuo posto nella lotta».
Si rammenti che, in qualche misura, noi subiamo l’influenza di chi ritiene che sia possibile fare la pace con la forza, che è come credere di poter raffreddare il pianeta mantenendo il modello economico imperante.
A chiudere, in controtendenza, un’iniezione di fiducia. In un sondaggio condotto dall’istituto Gallup nel 2025 è stata rivolta a un campione di 45000 persone in tutto il mondo la seguente domanda: Se ci fosse una guerra che coinvolge il tuo paese saresti disponibile a combattere?.
Considerando i dati del bacino europeo, il primato del no va al nostro paese, l’Italia. Solo il 14% delle persone ha risposto sì. Questo è un ottimo segnale.