Dal crollo psicofisico di Jannik Sinner sotto l’afa parigina alle partite interrotte dai nubifragi nei Mondiali di calcio: anche il mondo dello sport è costretto a interrogarsi. I grandi eventi internazionali sono davvero pronti a proteggere la salute dei giocatori e ad adattarsi al cambiamento climatico?
Al secondo turno del Roland Garros, svoltosi il 28 maggio 2026, il tennista numero uno al mondo nella classifica ATP (Association of Tennis Professionals) Jannik Sinner scende in campo sulla terra rossa dello Slam parigino per affrontare l’argentino Juan Manuel Cerundolo.
Sono circa le 14:00 e la partita sembra ormai saldamente nelle mani di Sinner quando, a metà del terzo set, arrivano crampi muscolari, nausea e un drastico crollo energetico. Sebbene il tennista abbia poi spiegato l’episodio come un fisiologico calo di energie, il caldo torrido che gravava sulla città in quel momento ha chiaramente messo a dura prova il suo fisico.
Quel giorno a Parigi il termometro segnava 32–33 °C, ma sulla terra battuta l’umidità spingeva la temperatura percepita vicino ai 36 °C: un’afa soffocante, figlia di quelle ondate di calore anomale che il cambiamento climatico sta rendendo sempre più frequenti anche nel maggio francese.
In tali condizioni, praticare sport diventa un rischio per la salute. Eppure, mentre il campione italiano ha preferito non cercare scuse, parlando solo di stanchezza fisica e mentale, altri colleghi hanno sollevato il problema politico e climatico. Tra questi Novak Djokovic, che ha chiesto misure concrete per adattarsi alla nuova realtà: “Se il caldo è estremo, bisognerebbe pensare di giocare alla sera”.
Come riporta Pellegrino Dell’Anno in un articolo su La Gazzetta dello Sport, il paradosso è che, proprio dal 2026, l’ATP ha introdotto un rigido protocollo a tutela dei giocatori: superati i 30 °C scatta un cooling break di 10 minuti, mentre oltre i 32 °C il gioco viene sospeso. A Parigi, però, nulla di tutto questo è accaduto. Gli Slam godono di una propria giurisdizione indipendente dalle regole del circuito ATP.
Gli organizzatori del Roland Garros mantengono la piena discrezionalità sulle decisioni operative, dimostrata anche sul campo Philippe Chatrier, dove la direzione del torneo ha deciso di non attivare il tetto retrattile della struttura, con cui si sarebbe potuto schermare in parte il calore.
Se su molti argomenti il mondo del calcio è restio ai grandi cambiamenti, lo stesso non si può dire per la gestione del caldo crescente. Su questo fronte, infatti, ci si è già mossi, anche se i critici sostengono che le motivazioni siano soprattutto economiche.
Nel Mondiale maschile attualmente in corso in Messico, Canada e Stati Uniti, la FIFA ha introdotto due cooling break da tre minuti ciascuno, pensati per permettere ai calciatori di rinfrescarsi e riposare. Una scelta che, per quanto criticata da molti, rappresenta almeno un tentativo di adattare lo sport alle nuove condizioni climatiche.
I cambiamenti climatici non portano solo ondate di calore, ma anche temporali sempre più violenti e improvvisi e con maggiore frequenza. In Europa questi fenomeni causano ormai gravi danni e vittime, e il mondo dello sport non fa eccezione.
Un primo segnale evidente si è visto agli Europei del 2024 in Germania: l’ottavo di finale tra Germania e Danimarca è stato sospeso per circa mezz’ora a causa di un violento nubifragio. Fino ad allora, l’interruzione di una partita in un torneo internazionale era considerata un evento raro.
Oggi la tendenza è inversa. Nei Mondiali attualmente in corso, le partite sospese per maltempo sono già due: Francia–Iraq (fase a gironi) con uno stop di circa due ore per la pioggia; Messico–Inghilterra (ottavi di finale) con l’inizio posticipato di un’ora per il rischio fulmini.
In ottica futura, la gestione dei grandi eventi sportivi dovrà fare i conti con l’evoluzione del clima. Secondo uno studio pubblicato nel 2022, la progressiva riduzione della neve e del ghiaccio naturali potrebbe limitare l’idoneità climatica di circa la metà delle città che hanno ospitato le Olimpiadi invernali in passato, rendendo difficile una loro ricandidatura entro il 2050.
Le campagne di comunicazione su sport e cambiamenti climatici esistono da alcuni anni. Tuttavia, gli ultimi eventi al Roland Garros e le novità introdotte ai Mondiali hanno acceso i riflettori dei media sul tema.
Un esempio interessante è We Play Green, un movimento globale nato nel 2020 e fondato dal calciatore norvegese Morten Thorsby. L’associazione utilizza la popolarità dello sport per diffondere messaggi positivi sulla tutela ambientale.
Proprio per sensibilizzare sul riscaldamento globale, dal 2021 Thorsby ha scelto di indossare la maglia numero 2. Si tratta di un richiamo diretto all’Accordo di Parigi del 2015, che punta a contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 C° rispetto ai livelli preindustriali.
Oggi la maggior parte degli scienziati ritiene questo obiettivo quasi impossibile da raggiungere. Resta però il fatto che il suo rispetto avrebbe potuto tutelare molte manifestazioni sportive. Forse anche il Roland Garros di Sinner.