Matricidio

Una riflessione sul comportamento di noi, figli della Madre Terra, nei confronti del pianeta che ci dona la vita

Ecocidio. La parola è il frutto dell’unione di due culture, la greca e la latina. Dalla prima deriva la radice, oikos, cioè “casa”, dalla seconda il compimento del termine, caedere, ovvero “uccidere”.

In un fiato, togliere la vita alla nostra casa comune, distruggere il nostro nido. C’è tuttavia un errore nello scritto, grossolano; me ne accorgo ora e non lo correggo, così da usarlo per andare oltre, sviluppando il pensiero.

L’errore è nella caparbia ripetizione degli aggettivi possessivi “nostra” e “nostro”. Già, perché il pianeta non ci appartiene affatto, pur se avvezzi a ritenerlo; vero è il contrario, ovvero siamo noi ad appartenergli.

Insieme agli altri viventi, animiamo la biosfera, respirando all’unisono, vivendo e morendo in un tempo tanto breve da far sembrare eterno uno schiocco di dita. Eppure siamo sordi a questa verità, considerando eterne le nostre gesta e il nostro passaggio importante; così non è.

L’errore più grave che viene commesso, per causa di questa distorsione della realtà che ci fa ritenere intoccabili, è credere di dover salvare la Terra.

Niente di più falso: lei si salverà da sé o, meglio, mai è stata in pericolo. Il cambiamento che noi stiamo portando è esiziale per noi e per altri viventi, non per il pianeta nel suo complesso, il quale nemmeno si accorgerà della nostra mancanza, ristrutturandosi come riterrà il destino.

Restiamo dunque lucidi e proviamo a impegnarci per ricostituire l’antico legame che ci vedeva come parte di un tutto complesso e non come illusi detentori di un potere e di una libertà d’azione che, nei fatti, non abbiamo.

C’è un libro a cui voglio ancorarmi per procedere, un’opera di Stefania Divertito dal titolo icastico: Uccidere la natura.

Sorrido amaramente al pensiero che le porzioni a cui voglio attingere raccontano dei danni prodotti dalla guerra in Ucraina. Il libro è del 2025, dunque recente, ma già quel conflitto è passato di moda, essendo venuti alla ribalta nuovi folli eventi che mi dà la nausea descrivere.

Restiamo sul saggio, con cui l’autrice, avvalendosi del rapporto Climate damage caused by Russia’s war in Ukraine pubblicato dal ministero dell’Ecologia dell’Ucrania, informa che «solo nei primi due anni di combattimenti l’Ucraina ha dovuto assorbire o neutralizzare l’impatto di 320.104 ordigni esplosivi. Ben 160 riserve naturali, 16 zone umide e 2 biosfere sono a rischio di distruzione. Circa 600 specie di animali e 880 specie di piante sono a rischio di estinzione. Oggi, un terzo della terra ucraina è incolto o non disponibile per l’agricoltura; fino al 40% dei terreni che in passato erano coltivabili non è più disponibile per la coltivazione».

Si tratta di un piccolo esempio, una goccia nel mare; ma non è tanto il dato in sé a sconvolgermi.

Quel che è degno di nota è il fatto che nella cronaca quotidiana a cui siamo esposti non c’è traccia (o se c’è è residuale) dei danni all’ecosistema, praticamente nessun cenno all’ambiente. Come se si trattasse sempre e soltanto di una sostituibile quinta, di una sorta di sfondo inanimato o, peggio ancora, in rima con l’incomprensibile vocabolario bellico, di danni collaterali.

La vita ci ha messo milioni di anni a formarsi e differenziarsi e noi, che ironicamente ci definiamo sapiens, stiamo compromettendo questa solida e preziosa varietà nell’arco di pochi decenni.

Un’immagine evocativa che dipinge Stefania Divertito e che desidero riportare, è che il nostro agire pare “la risacca dopo l’onda lunga della creazione”.

Torniamo quindi all’inizio e concentriamoci sull’apertura di questa riflessione. Ecocidio è solo una parola ma, come ogni parola, racchiude un mondo; un mondo di pensiero, di consapevolezza e, sperabilmente, di possibile reazione.

Dobbiamo adottare un vocabolario nuovo, capace di ridefinire la percezione del pericolo che stiamo vivendo, che ci aiuti a evidenziare le opportunità che il cambiamento offre e, in conseguenza, ci accompagni verso un rinnovamento planetario.

Quali saranno le nostre parole per il futuro?