Intervista a… Mimmo Calopresti sul film “Immondezza”

di Enzo Lavagnini

 

Incontriamo Mimmo Calopresti, protagonista del nostro cinema, per parlare del suo ultimo film “Immondezza” (2017, produzione AICA – Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale; con Roberto Cavallo), film con il quale ha seguito e raccontato “Keep Clean and Run”, la corsa contro l’abbandono dei rifiuti, e poi ancora del suo impegno per l’ambiente, ed infine di una partecipazione da attore nei panni di un giornalista al film “ecologista” “Il Vangelo Secondo Mattei”, di Andrisani e Zullino, in uscita nelle sale proprio in questi giorni.

 

Come è stato dirigere “Immondezza”? Un film che racconta di una corsa e di una raccolta di rifiuti?

E’ stata davvero una bella esperienza. E questo fin dalla struttura produttiva. Il film infatti è nato anche grazie al crowdfunding che, devo dire, gli ha anche dato una sorta di imprinting. E’ un modo di fare cinema molto affascinante, che sta prendendo sempre più il largo a livello internazionale. Non ero avvezzo a questa modalità, ma devo dire che ha un suo senso profondo. In Francia, ovunque, sta crescendo tantissimo. Persone che si sentono dentro un progetto… è come dire essere già parte del progetto stesso.

 

Pasolini ti fa da guida nel film. Non è una presenza inedita per te…

Già. Da tempo Pasolini è molto presente nei miei ragionamenti. Per esempio, giusto  su questa cosa dell’immondezza, tanti anni fa, quando ero all’Archivio del Movimento Operaio e Democratico, avevo trovato con buona dose di fortuna una “pizza”, con su scritto: “Pasolini”. Aprendola e facendola sviluppare, mi sono accorto che Pasolini, e non lo sapevo, aveva fatto un documentario sull’immondizia. E lo aveva fatto in anni, gli anni 60, in cui nessuno parlava della cosa; oltretutto andando ad intervistare questi operatori, quelli che a Roma chiamano “scopini”, che erano in sciopero ma nell’indifferenza generale. Andavano a prendere la spazzatura direttamente nelle case ed avevano condizioni di lavoro molto dure. Si ammalavano; chiedevano rispetto per la loro salute, ma la città gli era contro. Pasolini era molto attento a cosa l’immondizia rappresentasse in senso più generale. Poi ho scoperto perché: voleva fare proprio un film per raccontare l’idea dell’immondezza nel mondo. Della sporcizia nel mondo. L’immondizia è qualcosa che ci rappresenta…

 

L’ “Immondezza” racconta di un viaggio, di una corsa, dal Vesuvio all’Etna, da vulcano a vulcano… un viaggio per “fare pulizia”…

Sì, è stato un film “d’azione”, per così dire. Mentre lo realizzi, stai raccogliendo rifiuti e facendo qualcosa di interessante. O magari stai attraversando quei luoghi che vengono frettolosamente definiti come “secondari”. Sono parti del mondo che vengono sporcati senza problemi; proprio perché sono remote. I sentieri, i luoghi più belli. Nessuno se ne occupa. Abbiamo attraversato comunità in questi paesi fuori dai grandi interessi. E anche lì ci sono bambini, scuole, che hanno bisogno di pulizia, di partecipare; che devono essere rispettati…

Tu identifichi la bellezza come opposto dell’immondizia…

Sì, decisamente. C’è bisogno di salvaguardare la bellezza. La bellezza in generale, intendo. I modi di vita, in senso più ampio. Si può dire, usando un aggettivo importante, la bellezza morale. Ossia il mondo in cui si sta al mondo. Ed il sentirvisi partecipi e non esclusi. Se tu partecipi, se stai dentro le cose, se sei protagonista della tua vita, se stai bene con gli altri, se ti occupi del tuo territorio e di te stesso… cosa stai salvando? La bellezza. Cioè un modo di vivere in cui non sei schiavo, non sei una pedina degli altri, non sei merce. Sei te stesso, esisti. Un sentiero pulito è bello, ma fa diventare più bella anche la tua vita.

 

Salvaguardare la bellezza a cominciare dai piccoli gesti?

Certo. Guarda, ho scoperto proprio questa Italia “minore”, facendo il film: un bosco, un fiore, un arbusto… sembra retorico… ma tutto è importante per la vita delle persone. E si, anche dei piccoli gesti: compriamo bottigliette d’acqua di plastica, ad un euro, che è un’enormità, ne beviamo un paio di sorsi, poi le chiudiamo e le buttiamo via. Sprechi soldi, sprechi acqua. Butti la plastica che poi non si decompone più. Finisce nel mare, se la mangiano i pesci e ritorna sulle nostre tavole e ci avvelena. E’ solo un gesto, un’abitudine; ma le piccole cose diventano grandi cose. Magari disastri alimentari. Che potrebbero essere evitati con più attenzione.

 

Ti stai occupando sempre più di ecologia?

Sì. Certe volte ci occupiamo solo dei grandi temi. Le guerre, ad esempio, che fanno migliaia di morti e procurano immani catastrofi. Ma anche il cibo produce le sue vittime; come le guerre. Non si tratta di sentirsi paladini di una causa, è nostro stesso interesse occuparci di ecologia. E’ decisivo per la nostra vita. Se non ci interessiamo, finiremo per ingurgitare veleni in quantità. Per non parlare dell’acqua, poi. Il mondo intero forse cambierà, si trasformerà intorno al problema dell’acqua…

 

Per te il nostro Sud cosa rappresenta in questa dimensione?

Purtroppo il Sud si dibatte nei suoi storici problemi economici e sociali. Continua ad essere il problema centrale del Paese. Poi l’idea dell’abbandono progressivo di questa grande parte del nostro Paese, come dicevo prima, fa davvero male. Negli ultimi anni devo dire che c’è stato un moto di coscienza di più: l’idea profonda che si può, proprio lì, costruire qualcosa di positivo. Si può costruire futuro. Sarebbe bello, perché il nostro Sud è il luogo della vera bellezza. E forse questo potrebbe essere il futuro del Sud: un posto in cui si viva bene, in armonia. Alla ricerca della “famosa” qualità della vita…

 

Ti vedremo, nelle vesti di un giornalista, come attore nel film “Il Vangelo Secondo Mattei” di Andrisani e Zullino, in uscita in questi giorni. Ci è sembrato un bel film, con molti echi “ecologisti” e richiami espliciti a Pasolini, in felice assonanza con quello di cui abbiamo parlato finora…

Vero. E mi è piaciuto molto farlo. C’è uno straordinario Flavio Bucci. Si sente che chi l’ha fatto ha forti richiami di adesione con il territorio. Ma con in più lo sguardo ironico e disincantato di chi è stato lontano ed ora torna a guardare Matera, perché qui si svolge il film, con occhio attento. Soprattutto nell’analisi della vicenda del business del petrolio. L’idea che questa risorsa, che è indubbiamente una ricchezza, poi alla fine rischia di rovinare tutto. Anche Matera stessa, che è bellissima. Negli ultimi anni è stato fatto un gran lavoro da questo punto di vista, proprio sulla città. La Film Commission ha lavorato bene. Ma c’è un rischio incombente, che è meglio far serpeggiare, per avvisare: ossia che la Matera di Pasolini e del suo Vangelo possa diventare una sorta di Disneyland. Qui torniamo alla bellezza: la cura della bellezza non è solo e sempre “economia”. Bellezza vuol dire anche la preservazione di un luogo, che in questo caso ha qualcosa di così naturale, di così antico… qualcosa che ci risveglia dentro delle cose basilari e costitutive della nostra vita. Qualcosa che riguarda anche il paesaggio interiore.

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