Alla scoperta della citizen science

 

di Giuseppe Iasparra

Si svolgerà dal 23 al 25 novembre a Roma la prima conferenza italiana sulla “Citizen Science”. In occasione di questo importante appuntamento abbiamo intervistato Andrea Sforzi, membro del Comitato scientifico della Conferenza Citizen Science Rome 2017, direttore del Museo di Storia Naturale della Maremma e membro del comitato direttivo di ECSA.

 

Quale potrebbe essere la traduzione corretta in italiano del termine citizen science?

Proprio recentemente mi sono confrontato con altri colleghi americani ed europei sulla terminologia corretta per la citizen science, sia dal punto di vista della definizione del concetto sia su tutti i termini legati alle sfere che ruotano intorno alla citizen science (ricerca e cittadini).

Mentre in altri contesti esiste una traduzione più o meno fedele, in italiano abbiamo deciso di mantenere il termine inglese. Tuttavia, se volessimo tradurlo potrebbe essere “scienza partecipata”. Si tratterebbe comunque di una traduzione non completa che non rende totalmente l’idea del termine. E così rimane in uso in italiano l’originale citizen science, concetto che può includere tutto il pubblico, dai bambini delle scuole elementari, al pensionato con capacità di vario tipo.

 

Quando inizia a diffondersi la citizen science?

I primi cenni di questo nuovo modo di fare scienza si sono avuti circa vent’anni fa Oltreoceano, dove la genesi della citizen science è stata un po’ diversa rispetto a quella europea. La spinta è stata molto più dal basso. Tuttavia, c’è chi, definendo la citizen science “la partecipazione di non professionisti a ricerche scientifiche”, la fa datare molto prima. Ad esempio, secondo alcuni, e la cosa concettualmente non è errata, lo stesso Charles Darwin potrebbe essere ritenuto un citizen scientist. Darwin, infatti, non fu uno scienziato di professione. Lo aveva scelto come passione e divenne poi la sua attività principale.

Di conseguenza, quasi ogni forma di partecipazione al mondo della ricerca che parte da una passione personale può essere definita citizen science. Un confine del termine, quindi, labile che si declina in contesti diversi.

Come si preserva la scientificità del dato rilevato attraverso pratiche di citizen science?

Questo è uno dei punti cardine ed è un aspetto ancora oggi, in parte, oggetto di critiche. In realtà, come dicevo prima, ci sono tante declinazioni di citizen science. I progetti principali riguardano la biodiversità, quindi l’osservazione di animali e piante, ma possiamo anche avere contributi in ambito medico, fisico, etc. Quindi l’aspetto di “scientificità” andrebbe sviluppato secondo ogni singolo contesto.

 

Tuttavia, vista anche la prevalente declinazione europea della citizen science, più top-down (dall’alto verso il basso), in molti casi sta nell’abilità del ricercatore garantire la scientificità delle rilevazioni. Faccio un esempio: per misurare l’inquinamento atmosferico in una città, un qualsiasi progetto avrebbe solo tre o quattro di punti di monitoraggio a disposizione. Utilizzando invece uno strumento in grado di essere indossato da chiunque, i cittadini si trasformano in “centraline di monitoraggio mobili” che consentono di raccogliere moltissimi dati. La scientificità in questo caso è data dallo strumento che viene messo a punto per raccogliere i dati e il cittadino deve semplicemente utilizzarlo secondo le indicazioni che gli vengono date.

Ci sono poi le app. È il caso di Londra, dov’è stata messa a punto un’applicazione per la misurazione dell’inquinamento acustico. Lì sono arrivati a coordinare più di 4.000 cittadini in contemporanea, che allo stesso giorno e alla stessa ora hanno rilevato lo stesso dato con la stessa app. A quel punto è stato come avere 4.000 sensori viventi, in grado di raccogliere informazioni altrimenti impossibili da raccogliere. In questo caso la qualità del dato è identica a quella che raccoglierebbe un ricercatore.

Ci sono poi altri canali come, ad esempio, i portali per l’invio di dati su specie animali. Anche questi strumenti raccolgono milioni di dati. Nel disegno dei portali, nella quantità e nella qualità delle persone che collaborano è importante che ci sia un processo di validazione del dato. Il dato è ritenuto valido solo quando ha seguito una serie di verifiche.

 

Questa montagna di dati come si trasforma poi a livello comunicativo? A chi spetta il compito di comunicare le scoperte fatte con la citizen science: ci sono solo le pubblicazioni scientifiche?

Il destino dei risultati finali delle ricerche sono certo in primis le pubblicazioni scientifiche. In questo contesto è sempre più comune che le persone che hanno partecipato al progetto in qualità di citizen science vengano citate come co-autori o come un’appendice che le elenca. È un modo per riconoscere il loro ruolo.

Altre forme di comunicazione possono essere i report di tipo divulgativo. Ultimamente si vanno diffondendo, anche le cosiddette policy briefs: documenti brevi (massimo 3-4 pagine) in cui si sintetizzano i risultati di una ricerca di citizen science e viene dato modo, soprattutto a chi si occupa di politiche, di avere degli strumenti per attuare prassi diverse sulla base dei dati raccolti.

Legambiente Piemonte Valle d’Aosta – Progetto CAPTOR

La citizen science secondo Lei ha apportato vantaggi ambientali? Questa pratica aiuta ad aumentare la sensibilità dei cittadini verso l’ecologia?

Sicuramente sì. A mio avviso, da un punto di vista di consapevolezza ambientale e di conservazione, è uno strumento estremamente utile. Io l’ho scelto come modello di sviluppo delle attività future. Dirigo un museo di Storia Naturale e già negli ultimi anni tutte le nostre attività sono andate in direzione della citizen science, dalle attività didattiche ai dati raccolti sul campo.

Credo che la citizen science sia uno stadio successivo all’educazione ambientale. Con questa pratica non solo si insegna, ma si coinvolgono direttamente le persone nella raccolta dei dati. Una cosa, ad esempio, è comunicare ad una persona che in un determinato habitat vivono centinaia specie, altra cosa è sapere che in quell’habitat vivono 500-600 specie, trenta delle quali sono state identificate dalla persona stessa, che diventa attore in campo. In conclusione, la citizen science rappresenta, a mio avviso, un nuovo modo di fare scienza, con una crescente partecipazione e coinvolgimento da parte del pubblico (ed anche una accresciuta consapevolezza).

 

 

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