Il caso “Oasi di El Ouidane”: un modello per il compostaggio domestico

Nelle giornate di mercoledì 22 e giovedì 23 marzo si è tenuto in Tunisia un workshop, organizzato da: “The Nicosia Initiative”, programma che si inserisce all’interno del Comitato Europeo delle Regioni (CoR) per il supporto delle autorità locali libiche. I due giorni hanno infatti visto come protagonisti 6 municipalità libiche rappresentate da: Salah Belkher (Tripoli), Mohamed Grein (Sebha), Mohand Mlatem (Gharyan), Mohamed Elhader (Zintan), Hafiz Benali (Benghazi), Mousay Jibreel (Toubruk).

Come partner europei dell’iniziativa, oltre alla coordinatrice di “The Nicosia Initiative” Benedetta Oddo erano presenti Francoise Bonnet di (ACR+), Anne Vanputte (OVAM), Ramon Plana (esperto di progetti di compostaggio), Paolo Agostini (A.I.C.A.) e Paolo Marengo (E.R.I.C.A. soc. coop.)

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L’Oasi di El Ouidane

I due giorni hanno avuto come obbiettivo quello di elaborare una road map per sviluppare e implementare progetti pilota di gestione dei rifiuti organici in Libia, una delle molteplici problematiche attualmente irrisolte dopo la morte di of Muammar Gaddafi.

Durante la prima giornata di lavoro sono stati mostrati i risultati raggiunti da un progetto implementato da AICA (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale), e finanziato dal fondo 8 per mille della Chiesa Valdese tra il 2015 e il 2016 nella città di Degache, a pochi chilometri da Tozeur. “Les Oasis di El Ouidane”: è così che si chiama il progetto che ha avviato, in poco meno di due anni, un tangibile processo di sostenibilità ambientale in un piccolo angolo di Tunisia. La visita, oltre a mettere in luce i numeri e gli aspetti tecnici che hanno reso possibile il progetto, ha mirato soprattutto a far comprendere come sia stato possibile avviare un significativo cambiamento nella vita quotidiana delle persone, che hanno contribuito alla realizzazione e alla riuscita del progetto.

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Un progetto condiviso

Nulla cade dall’alto, o meglio, quello che cade dall’alto rimane fine a sé stesso. Quando si parla di “progetto da implementare” molto spesso si tralascia cosa ne pensano le persone che in prima persona godranno degli effetti che esso produrrà.

È solo attraverso un processo di partecipazione condivisa che si possono raggiungere dei risultati inattesi e sorprendenti. Sì, proprio di risultati inattesi e sorprendenti stiamo parlando per questo semplice esempio di compostaggio comunitario. All’inizio dell’esperienza le famiglie coinvolte (750) non sapevano quale fosse la differenza tra frazione secca e umida dei rifiuti da loro prodotti. Oggi, a meno di due anni trascorsi da quell’inizio, quelle stesse famiglie che vivono addossate al deserto del Shara, non solo fanno sì che i loro rifiuti organici si trasformino in compost utile per arricchire il suolo, ma i loro sforzi e risultati si ripercuotono con effetti positivi sia per l’ambiente ma anche per la salute pubblica e l’estetica del paesaggio.

La chiave per la riuscita di tutto ciò è stata la ragnatela di legami che si sono creati. Legami di amicizia, di fiducia, legami di condivisione e di parità; l’entrare in contatto diretto con le persone e capire assieme a loro come affrontare i problemi che si palesano quotidianamente.

La sfida, raccolta e vinta dagli abitanti di Degache, ha rivelato ai tecnici delle municipalità libiche, in visita durante la giornata del 22, che anche in zone aride, anche con un budget limitato, anche in presenza di contesti socio-ambientali complessi, è possibile raggiungere cambiamenti e risultati.

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Un virtuoso processo di scambio

Nella mattinata seguente (giovedì 23 marzo), i funzionari libici hanno illustrato le condizioni attuali delle loro città: la (non) gestione dei rifiuti è purtroppo lo specchio delle conseguenze di una guerra che sfugge alla comprensione della popolazione, e che soprattutto ne riduce la speranza in un futuro di pace.

La sofferenza ci costringe, quasi sempre, anzi in questo caso in toto, a pensare. Pensiamo per trovare il modo e la maniera per eliminarla o di darne un senso quando eliminarla non è possibile. È per questa ragione che è stato emozionante vedere come la gestione dei rifiuti possa diventare una prospettiva privilegiata per la ricerca di un bene e rispetto comune. È questo quanto traspariva dalle appassionate presentazioni.

Per noi tecnici, insieme a Ramon e Anne, coordinati da Benedetta e Francoise, chiamati a presentare soluzioni per la gestione dei rifiuti organici, il compito è stato molto complesso, come molto complesso è stato percorrere con convinzione argomenti a cui anche in contesti di pace l’etichetta di priorità si fa fatica ad applicare.

La strategia adottata è stata quella di presentare non solo esempi positivi, ma anche esperienze negative, al fine di attivare un processo virtuoso di scambio.

Questa in sintesi la soluzione insieme elaborata: attivare «piccoli» progetti, ad elevata potenzialità di effetto moltiplicatore. Investire in soluzioni tecniche semplici (anche se non per questo motivo facili da implementare), con limitati costi di investimento ed esercizio, con importanza prioritaria alla comunicazione e alla sensibilizzazione, al coinvolgimento attivo della comunità e alla responsabilizzazione collettiva.

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Verso un cambiamento culturale

I siti proposti dai rappresentanti delle municipalità libiche per l’implementazione dei progetti pilota vanno in questa direzione. Tre le principali categorie di localizzazione individuate: centri universitari, ospedali e siti adiacenti a discariche incontrollate. Il “caso Degache” è stato un fondamentale esempio e un supporto per rispondere alle inevitabili perplessità e paure, quali: “Ma la raccolta differenziata in un contesto culturale con ancora una limitata coscienza delle tematiche ambientali si può fare?”; “ma il compostaggio in climi aridi può funzionare?”; “come si fa a coinvolgere un’intera comunità in un sistema attivo di partecipazione, anche in assenza di una leva economica?”.

Le stesse domande sono servite come punto di partenza per un progetto, attualmente in attesa di valutazione da parte della Tavola Valdese, che ha come obiettivo generale quello di aumentare la sensibilità dei cittadini di altre 3 municipalità del governatorato di Tozeur (Tozeur, Nefta, El Hamma – oltre chiaramente a quella di Degache –) nei confronti dell’ambiente, e a far loro acquisire un nuovo comportamento in tema di separazione dei rifiuti e di corretto conferimento, riducendo l’abbandono e il littering.

Attivare processi di cambiamento socio culturali, non demandando il “rispetto” dell’ambiente al solo impiego di “dinosaurici” impianti super tecnologici (o presunti tali), costosi (sicuramente tali) e ad alto potenziale di dipendenza, è una sfida stimolante.

Molti degli impianti presenti sul territorio libico sono andati distrutti durante i combattimenti. Un cambiamento culturale, un processo collettivo è più difficile da essere inserito nel mirino di una bomba e, a scanso di retorica, si inserisce pragmaticamente in una strategia sostenibile a medio lungo termine.

Implementazione di «piccoli progetti» ad elevato potenziale di ricaduta, riorganizzazione dei sistemi di raccolta, sviluppo di filiere di riciclo, messa in sicurezza delle discariche sono gli indirizzi emersi per la road map.

Con il caso di Degache ad illuminarne il cammino.

 

 Paolo Agostini e Paolo Marengo

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